Categoria: comunicati stampa

  • Secoli prima del rap, in Africa occidentale c’erano narratori che affidavano la memoria alla musica

    Quattro anni di lavoro, dodici tracce e un’intuizione: quanto sono lontani, davvero, un griot dell’Africa occidentale e un rapper contemporaneo? Secoli, geografie e contesti differenti separano due figure che affidano entrambe alla parola, al ritmo e alla narrazione il compito di raccontare il proprio tempo.

    Una parentela antica e sorprendentemente attuale, che sta alla base di “Pieni di voi, vuoti di me”, il nuovo album di Crisso, rapper, cantautore e compositore casertano che ha sviluppato il progetto cercando musicisti e griot con cui mettere in dialogo il proprio linguaggio con la kora e con alcune delle tradizioni musicali dell’Africa occidentale.

    Crisso si innamora della kora circa quattro anni fa. Lo strumento, un’arpa a 21 corde profondamente legata alla cultura mandinga e alla tradizione dei griot, lo porta ad approfondire il mondo da cui proviene e, progressivamente, a riconoscere in questa antica figura di narratore e custode del patrimonio orale delle proprie comunità qualcosa di sorprendentemente vicino alla propria esperienza di rapper.

    Il griot custodisce e tramanda attraverso parola e musica genealogie, storia e identità delle popolazioni dell’Africa occidentale. Il rapper nasce in un altro tempo e in un altro contesto socio-culturale, ma affida a sua volta alla voce, alla scrittura e al ritmo il racconto del presente, dell’appartenenza, del conflitto e dell’esperienza individuale.

    Su questa prossimità, e non sulla semplice fusione di due generi, Crisso affonda le radici del suo nuovo album.

    Per realizzarlo ha cercato musicisti con storie, provenienze e linguaggi differenti. Alcuni appartengono direttamente alla tradizione dei griot; altri hanno dedicato una parte importante del proprio percorso alla musica dell’Africa occidentale. Voci e strumenti diversi, riuniti in un disco che intreccia Paesi e culture senza perdere la centralità della scrittura di Crisso.

    Tra loro c’è Jabel Kanuteh, nato in Gambia in una famiglia dalla quale eredita il ruolo di griot e avvicinatosi alla kora fin dall’infanzia. Con lui Crisso ha realizzato “Cuore Griot”, primo singolo estratto dall’album e pubblicato nel luglio 2026, e “Uruk-hai”.

    C’è Adama Koeta, nato a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, in una famiglia di griot e cresciuto tra balafon, percussioni, n’goni, kora e repertorio mandingo. Compare in “Djala”, insieme ad Arnaud Fillion.

    C’è Founé Sow, artista di radici senegalesi e maliane, cresciuta in una famiglia musicale e attiva tra voce, kora e repertorio contemporaneo, che presta voce e presenza alla title track.

    E c’è Miriam Lieberman, cantautrice e musicista australiana che ha incontrato la kora durante i propri soggiorni nell’Africa occidentale e ne ha approfondito lo studio tra Guinea e Mali, arrivando a studiare anche con uno dei massimi interpreti dello strumento, Toumani Diabaté. È sua la voce di “Much as I Try”.

    Tra le collaborazioni figura inoltre Badara Seck, artista senegalese coinvolto in “La danza della pioggia”, insieme ad Afro D-King, Tania She, Steve Alkebulan, Ameh Fashi, Littel Inossah e agli altri musicisti che allargano il perimetro del progetto ben oltre quanto suggerito dall’etichetta “rap”.

    Perché, musicalmente, “Pieni di voi, vuoti di me” non sceglie un genere nel quale farsi contenere, ma mette sullo stesso piano rap, kora, elettronica, strumenti tradizionali, scrittura d’autore e aperture rockeggianti che ne modificano continuamente sound e atmosfera, lasciando che ogni brano trovi il proprio equilibrio senza perdere coerenza.

    La kora attraversa il disco accanto a beat hip hop, elettronica, chitarre, archi, sax, percussioni, flauto irlandese e voci provenienti da tradizioni differenti. A cambiare da una traccia all’altra è anche il rapporto tra questi elementi: in alcuni episodi la componente africana prevale grazie alla kora e alle voci degli ospiti, in altri il rap, la canzone d’autore o una spinta più vicina al rock.

    La ricerca sonora, però, è soltanto una parte del progetto; il resto passa da ciò che Crisso incontra e da come quell’esperienza finisce per modificare il modo in cui guarda non solo il mondo, ma prima di tutto sé stesso. Il titolo dell’album nasce infatti dal confronto tra ciò che l’artista vede e ciò che, tornando a sé, comincia a percepire diversamente.

    Nella title track il contrasto è immediato: a migliaia di chilometri dalla propria famiglia, davanti a condizioni materiali lontanissime dalle proprie, il protagonista osserva chi non possiede quasi nulla e riesce ancora a sorridere, mentre riconosce e fa i conti con le proprie ambizioni, il superfluo e una libertà che continua a rincorrere senza mai riuscire ad afferrarla davvero.

    Il viaggio, anziché ridursi a una cartolina dell’Africa o al pretesto per raccontare una presunta purezza contrapposta all’Occidente, diventa così anche un confronto con il proprio modo di guardare ciò che è diverso, con i privilegi che spesso si danno per acquisiti e scontati e con le contraddizioni che emergono quando ci si trova dall’altra parte. Crisso registra differenze e ingiustizie, ma non si mette mai al riparo da ciò che racconta: osserva quello che vede e, nello stesso momento, interroga anche la posizione da cui lo sta guardando. Per questo, “Pieni di voi, vuoti di me” non idealizza ciò che incontra e non assolve chi guarda.

    Una contrapposizione che ritorna in più punti del disco, assumendo ogni volta forme diverse.

    In “La danza della pioggia”, con Badara Seck, Crisso parte dal privilegio elementare di avere un tetto e un piatto caldo per arrivare alle contraddizioni di un Occidente capace di accumulare ricchezza, finanziare guerre e poi voltarsi dall’altra parte o fermarsi a uno sguardo superficiale, approssimativo e spesso tardivo.

    In “Petricore” convivono terre ferite, guerre combattute anche in nome della religione, povertà, bracconaggio e un ritornello che continua ostinatamente a cercare nella danza una possibilità di ripartenza.

    E in “Obroni”, realizzata con Littel Inossah & Family, l’esperienza in Ghana ribalta definitivamente la prospettiva. È Crisso stesso a essere lo straniero, l’“obroni”, l’uomo bianco che arriva da fuori e si ritrova a osservare (e a essere osservato) da una posizione completamente diversa da quella abituale. Crisso atterra da Fiumicino, attraversa Accra, osserva i kayayei, i bambini nelle piantagioni, i predicatori, le strade, le richieste di denaro della polizia e lo spaesamento di essere, per una volta, lui stesso il forestiero. Ma il brano non risparmia neppure il viaggiatore occidentale. Nell’outro compare l’immagine volutamente impattante di chi fotografa un bambino nero perché quella fotografia genererà like: una provocazione che sposta lo sguardo da ciò che viene osservato a chi osserva e, soprattutto, al modo in cui sceglie di farlo.

    Perché una delle lezioni di vita che Crisso ha meglio appreso viaggiando, è che riempirsi di ciò che si incontra significa anche accorgersi di quanto spazio fosse occupato, prima, da cose che improvvisamente smettono di sembrare così essenziali.

    «Questo è il mio progetto più grande, quello a cui ho dato davvero tutto – racconta Crisso -. Ci ho lavorato per quattro anni, cercando musicisti che potessero dare un contributo reale a quello che avevo in mente e lasciando che il disco cambiasse anche me lungo il percorso. Volevo mettere in relazione il mio modo di scrivere con la kora, con i griot e con culture che mi affascinano da sempre, senza limitarmi a prenderne il suono in prestito. “Pieni di voi, vuoti di me” raccoglie tutto questo, ma anche quello che quei viaggi, quegli incontri e quelle persone mi hanno lasciato. Se riuscirà ad arrivare a chi saprà ascoltarlo senza fermarsi alla superficie, sentirò di aver restituito almeno una parte di quello che io stesso ho ricevuto.»

    Un lavoro iniziato da una curiosità che accompagna Crisso fin dall’infanzia e che, per la prima volta, occupa un intero progetto discografico. “Pieni di voi, vuoti di me” non conclude quella ricerca, ma ne rappresenta il primo approdo. Perché si può partire per conoscere un luogo, una cultura, una musica e scoprire, alla fine del viaggio, che ciò che è cambiato di più è il modo in cui si guarda ciò da cui si era partiti.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Pieni di voi, vuoti di me” – Tracklist:

    1. Aire (feat. Tania She)
    2. We Can (feat. Afro D-King)
    3. Cuore Griot (feat. Jabel Kanuteh)
    4. Djala (feat. Adama Koeta & Arnaud Fillion)
    5. Uruk-hai (feat. Jabel Kanuteh)
    6. Pieni di voi, vuoti di me (feat. Founé Sow)
    7. La danza della pioggia (feat. Badara Seck)
    8. Live Your Life (feat. Steve Alkebulan – Prod. Nexo)
    9. Much as I Try (feat. Miriam Lieberman)
    10. Petricore (feat. Ameh Fashi)
    11. Welcome to Ghana
    12. Obroni (feat. Littel Inossah & Family)

    “Pieni di voi, vuoti di me” – Track by track:

    L’ingresso nel disco non concede preamboli. La voce di Tania She apre “Aire” prima che Crisso entri con una delle scritture più dure dell’album: guerra, politica, civili uccisi e Gaza compaiono all’interno di una strofa che alterna riferimenti alla cronaca, cultura hip hop e immagini volutamente urticanti. “Aire” chiarisce immediatamente una delle intenzioni del progetto: le sonorità legate ad altre culture non vengono utilizzate per addolcire il rap di Crisso, ma convivono con una scrittura che affronta ciò che accade nel presente senza alleggerirne il peso.

    Il ritornello di Afro D-King affida alla musica quattro possibilità: far cantare, far ballare, cambiare il mondo, farlo pensare. Crisso risponde con una strofa più ironica e leggera, piena di riferimenti contemporanei e appoggiata su un groove molto più aperto rispetto ad “Aire”. “We Can” porta il disco su un terreno più luminoso e ritmico, senza rinunciare a ciò che vuole dire.

    “Cuore Griot” è il brano che dichiara più apertamente l’asse concettuale del progetto. Con il griot gambiano Jabel Kanuteh, Crisso racconta identità, provenienza e appartenenza: «non dimentichiamo da dove veniamo», mentre la kora diventa esplicitamente parte della narrazione. Pubblicato come primo singolo nel luglio 2026, è il punto nel quale l’intuizione che ha originato l’album prende per la prima volta una forma: il rapper incontra il griot senza tentare di imitarlo e porta il proprio linguaggio accanto al suo.

    “Djala” sposta il racconto sulla fratellanza. Crisso parte dai ricordi di una crescita condivisa, attraversa famiglie che si sfaldano, amicizie che il tempo rende più difficili e precarietà sia economiche che emotive, fino a individuare nella presenza dell’altro una forma di resistenza: due persone che, pur senza essere sempre d’accordo, possono ancora «formare un esercito pronto ad uscire dal fango». L’incontro tra mondi assume così una dimensione preziosa: prima delle culture, ci sono i legami.

    Jabel Kanuteh torna in uno dei brani più dichiaratamente rap del disco. “Uruk-hai” è street, ironica, piena di riferimenti alla cultura pop e hip hop: da Kirikù a Kunta Kinte, Mac Miller, Guru, Compton, Sinner, Harry Potter e Duolingo. In una scrittura volutamente più ludica entra però anche l’esperienza diretta di Crisso, che cita il percorso «da Caserta a Banjul» e rivendica la distanza tra ciò che ha vissuto e un’appropriazione costruita per moda. È il pezzo che ricorda con maggiore evidenza da dove arriva artisticamente Crisso: prima di qualsiasi definizione world, resta un rapper.

    La title track “Pieni di voi, vuoti di me” è il centro intimo e concettuale dell’album. Con Founé Sow, Crisso mette in parole il ribaltamento prodotto dall’incontro con una realtà distante dalla propria. Le barriere cambiano significato, il superfluo perde valore e la distanza da casa diventa uno specchio attraverso cui misurare ciò che si possiede e ciò che, interiormente, continua a mancare. Il titolo nasce proprio da questa contraddizione: essere materialmente pieni e sentirsi vuoti davanti a chi possiede meno e sembra conservare qualcosa che non può essere acquistato.

    Con Badara Seck, “La danza della pioggia” entra nel terreno del privilegio e delle responsabilità collettive. Crisso parte da ciò che nella quotidianità occidentale viene quasi dato per scontato (un tetto, un pasto, la possibilità stessa di stare dietro a un microfono) e lo mette accanto a guerre, disuguaglianze, accumulo della ricchezza e antinomie politiche. La seconda strofa alza ulteriormente il tiro: pace invocata mentre si finanziano armi, indignazione intermittente, libertà continuamente esposta al rischio di essere negata. Il titolo conserva l’immagine della danza, ma sotto di essa il brano pone una domanda: da quale posizione osserviamo il dolore degli altri?

    Dopo diversi brani rivolti verso l’esterno, “Live Your Life” riporta Crisso dentro sé stesso. L’artista mette mano alle proprie priorità, all’inquietudine, all’ansia, alla sensazione di avere inseguito obiettivi incapaci di restituirgli ciò che cercava. «Quante calorie bruciate ad inseguire il nulla», scrive, prima di arrivare a un ritornello che racconta l’urgenza di vivere mentre se ne ha ancora il tempo. L’intervento di Steve Alkebulan e la produzione di Nexo aprono il pezzo a un respiro differente, senza allontanarlo dalla dimensione autobiografica.

    Con Miriam Lieberman, “Much as I Try” racconta un legame che resiste alla possibilità della separazione. Il mare attraversa l’intera scrittura: correnti, distanze, onde, rotte e ancore diventano il lessico attraverso cui Crisso esprime un sentimento che non riesce a lasciare andare. La voce di Lieberman risponde in inglese e porta il brano verso l’incontro tra songwriting e world music. Nell’album più aperto geograficamente di Crisso, una delle distanze più difficili da percorrere rimane quella tra due persone.

    “Petricore” prende il nome dall’odore che sale dalla terra dopo la pioggia e utilizza quell’immagine come possibilità di rinascita in uno dei testi più visivi del disco. Terre ferite, alberi, guerra, religione, povertà, bracconaggio e figure quasi allucinate si susseguono nelle strofe, mentre Ameh Fashi apre e riprende il brano con parole che annunciano un nuovo giorno e una nuova opportunità. Nel ritornello si continua a danzare non perché la sofferenza scompaia, ma per ricominciare nonostante la sua presenza. È uno dei pezzi in cui si condensa meglio il significato del disco: guardare ciò che fa male senza concedergli l’ultima parola.

    “Welcome to Ghana” introduce l’ultimo tratto del disco e conduce direttamente a “Obroni”. È il passaggio che porta l’album nel luogo in cui una parte della ricerca di Crisso ha assunto una forma concreta: il Ghana, non più soltanto come riferimento geografico, ma come esperienza che entra nel punto di vista dell’autore.

    L’album si chiude ribaltando definitivamente la prospettiva. “Obroni” è il termine con cui Crisso viene chiamato in Ghana: il bianco, lo straniero. Per una volta è lui quello che arriva da fuori. Il testo conserva nomi, luoghi, incontri e contrasti del viaggio: l’atterraggio da Fiumicino, Accra, le strade, i kayayei, le piantagioni, i predicatori, le richieste della polizia, il sentirsi osservato e riconosciuto immediatamente come altro. Poi lo sguardo torna su di lui e sull’Occidente da cui proviene: l’uomo sempre impegnato, mai sazio, capace persino di trasformare l’immagine di un bambino in materiale da social network.

    “Pieni di voi, vuoti di me” termina così nel modo più coerente possibile: non spiegando l’altro, ma mettendo in discussione chi era partito per incontrarlo.

  • “The Town Does Not Exist” è il nuovo album di Mario Iannuzziello dal quale è estratto l’omonimo singolo in radio

    Dal 23 ottobre 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “The Town Does Not Exist”, il nuovo album di Mario Iannuzziello per AlfaMusic da cui è estratto l’omonimo singolo in radio. L’album sarà pubblicato in formato CD e vinile da AlfaMusic/Egea distribution il 6 Novembre 2026.

    L’album si apre con la title-track “The Town Does Not Exist”, brano originale profondamente ispirato alla poetica di Anne Sexton. La composizione esplora il senso di vuoto e l’incompletezza esistenziale attraverso una rarefazione sonora intima ed evocativa. Una trama musicale che richiama la vertigine di fronte al cielo, trasfigurato, attraverso una personale suggestione ed evocazione dello stesso Mario Iannuzziello a partire dai versi di “The Starry Night”. Più che da una corrispondenza letterale con il testo della Sexton, la suggestione deriva da un’immagine del cielo, percepito come una sorta di immenso oceano capovolto.

    “The Town Does Not Exist”, il nuovo album di Mario Iannuzziello, è un viaggio intimo e multiforme attraverso la tradizione jazzistica e la composizione originale. Caratterizzato da una forte matrice stilistica che unisce il lirismo a soluzioni ritmiche moderne, il disco alterna standard riarrangiati a brani originali ricchi di suggestioni extramusicali. Ogni traccia rappresenta un tassello fondamentale di un dialogo continuo tra passato e presente, guidato da una sensibilità contemporanea, asciutta e profonda.

    L’opera si articola in otto brani distinti arricchiti da due alternate take, per un totale di dieci tracce che delineano un percorso compatto ed eterogeneo. All’interno della tracklist convivono due anime complementari: le composizioni originali firmate da Mario Iannuzziello e una ricercata rilettura di celebri standard jazz, di cui vengono valorizzate melodie e strutture armoniche attraverso l’interplay del trio.

    TRACK LIST:

    1. The town does not exist
    2. I thought about you      
    3. Little church                                                    
    4. Blues on my mind                          
    5. I fall in love too easily   
    6. The Dobler-Dahmer theory                       
    7. My old flame                                                   
    8. I fall in love too easily – Alternate Take
    9. Blues on my mind – Alternate Take
    10. Hindsight

    LINE UP:

    Mario Iannuzziello: contrabbasso

    Addison Frei: pianoforte (https://www.addisonfrei.com/)

    Diego Joaquin Ramirez: batteria (https://diegoramirezmusic.com/)

    Spiega l’artista a proposito dell’album: “The Town Does Not Exist nasce da un desiderio che coltivavo da anni, ossia registrare a New York avvalendomi della collaborazione con musicisti che vivono e alimentano ogni giorno una delle scene più importanti del jazz contemporaneo. Questo disco è il risultato di quell’incontro. Con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez ho cercato di catturare un momento reale, lasciando che la musica prendesse forma attraverso l’ascolto reciproco e il dialogo che rende unico il linguaggio del trio jazz. Gli standard rappresentano il repertorio comune da cui partire; le mie composizioni ne proseguono il discorso, muovendosi tra tradizione e sensibilità contemporanea. Registrare al Bunker Studio con la produzione di John Davis ha dato ulteriore significato a questa esperienza. Sono orgoglioso del percorso che ha portato a questo album e ancora di più della possibilità di condividerlo.”

    “Può essere richiamato e adattato alle note di questo album l’invito poetico di Anne Sexton, che ne è l’ispiratrice delle linee compositive per esplicita ammissione dell’autore. Questa musica invita a fermarsi, a cercare e a contemplare; essa evoca il silenzio che la precede, unendolo al suono di cui esplora variate possibilità. Tra chiasmi e anafore, proprio come un testo poetico, tra leggerezza e fluidità, le composizioni creano atmosfere che si innalzano e abbassano, corrono e si fermano. Il tono evocativo offre rivelazioni in chiaroscuro, che a tratti suggeriscono un senso di rimpianto, forse di serena mancanza. Gli strumenti, il contrabbasso, il pianoforte, la batteria, si cercano attraendosi con suggestioni che, come in My Old Flame, prendono per mano chi ascolta, con passo lieve e rassicurante perché ancorato con rispettosa creatività alla tradizione, quindi alla storia, che mai delude. E intanto il contrabbasso ricerca, scava e sembra rendere sonoramente l’idea e l’atto dell’arrovellarsi nella tensione prima dell’approdo. E infatti i finali sono belli. Appagano.” Luigia Cavone

    Pre-salva l’album: https://bfan.link/the-town-does-not-exist

    Biografia

    Mario Iannuzziello è un contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore barese la cui identità artistica si muove lungo il confine tra la tradizione jazzistica e le correnti più innovative del modern-mainstream.

    Il suo percorso accademico e professionale riflette una formazione d’eccellenza: dopo i primi passi al Pentagramma di Bari e il diploma presso il Conservatorio di Matera, si è perfezionato alla Siena Jazz University, dove ha conseguito il Diploma di II Livello nel 2022 studiando con maestri di calibro internazionale come Jeff Ballard, Joe Sanders e Ralph Alessi. Consegue poi il diploma accademico di II livello in Composizione Jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari sotto la guida di Vito Andrea Morra, con un progetto di tesi sperimentale, dal titolo Variations, che indaga la sovrapposizione di scrittura per ensemble cameristici nel jazz avanguardistico e contemporaneo.

    Il suo progetto artistico come band-leader, attivo da circa quattro anni, nasce dall’urgenza di coniugare l’esecuzione con una narrazione musicale che attinga dalla cultura pop e cinematografica. Come compositore, Iannuzziello mira a raccontare storie attraverso il suono, cercando una sintesi tra l’interplay jazzistico e le suggestioni visive, come dimostrato dai suoi lavori per colonne sonore, tra cui spiccano i cortometraggi Myosis e Hotel Roma. Vanta una preparazione solida e versatile che spazia dal contrabbasso al basso elettrico, fino al bass synthesizer e al pianoforte. Le sue principali influenze includono tanto la tradizione quanto le esperienze contemporanee e di avanguardia, come le visioni di Taylor Eigsti e Aaron Parks. Con il primo ha collaborato durante la fase di ricerca in un suo progetto di tesi, con il secondo ha avuto modo di confrontarsi dopo la stesura dell’arrangiamento per archi di The Fool. Il percorso discografico ha preso il via con l’album di debutto End of May, pubblicato da Workin’ Label, ed è proseguito con collaborazioni di prestigio come quella con Attilio Sepe e Maurizio Giammarco in Heritage Normand per la Wow Records. Per comprendere a fondo il suo universo sonoro, sono tre i passaggi chiave da esplorare. Il primo è The Fool, un singolo autoprodotto nato dalla riscrittura per trio e quartetto d’archi di un brano di Aaron Parks estratto da Little Big; la traccia vede la partecipazione di Emanuele Filippi al pianoforte, Martina Barakoska alla batteria, Francesca Giordano alla voce e di un quartetto d’archi composto da Federico Morbidelli, Giuseppe Corrente, Lucia Forzati e Roberta Pastore. C’è poi Ruhe, un singolo ispirato a un’incisione di Max Klinger che fonde l’estetica del jazz con la scrittura contrappuntistica di matrice classica. Infine, la title-track di End of May rappresenta il vero e proprio manifesto della sua poetica creativa.

    Supportato da una rete di musicisti con cui ha condiviso gli anni presso Siena Jazz University, Iannuzziello si rivolge a un target trasversale, capace di intercettare sia gli appassionati di jazz contemporaneo sia gli ascoltatori curiosi alla ricerca di una profonda connessione emotiva e intellettuale. Il suo obiettivo a breve termine è consolidare la propria presenza nei festival internazionali, posizionandosi come una delle voci più interessanti della nuova generazione di performer e compositori jazz europei, grazie a un linguaggio al contempo dinamico, vivo e narrativo. Attualmente affianca l’attività concertistica e di ricerca alla docenza presso l’Area 7 di Bari e l’Accademia Brillar.

    Nel 2026 ha pubblicato i brani “The Dobler-Dahmer Theory”, “Little Church” e “I Thought About You”.

    “The Town Does Not Exist” è il nuovo album di Mario Iannuzziello per AlfaMusic disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 23 ottobre 2026 dal quale è estratto l’omonimo singolo in rotazione radiofonica. L’album sarà disponibile in formato CD e in vinile dal 6 novembre.

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  • “40 lune” è il nuovo singolo di Alessio Pizzotti

    Dal 23 ottobre 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica “40 LUNE”, il nuovo singolo di Alessio Pizzotti. 

    “40 Lune” è un brano che si inserisce nel panorama della modern classical contemporanea, muovendosi tra sonorità intime e atmosfere minimaliste che richiamano la poetica di autori come Ólafur Arnalds. Il cuore dell’arrangiamento risiede in un dialogo limpido ed essenziale tra pianoforte e archi: il tocco delicato dei tasti si intreccia alla profondità degli archi, costruendo una narrazione sonora intensa e dal forte impatto emotivo.

    Spiega l’artista a proposito del brano: “40 Lune è un viaggio attraverso i miei quarant’anni di vita, un intreccio di emozioni, incontri, luoghi e musica. Ogni luna rappresenta un frammento del mio percorso, un ricordo, una scoperta, un cambiamento. In questi quarant’anni ho viaggiato, incontrato persone straordinarie, vissuto esperienze che mi hanno trasformato e scritto musica che, in qualche modo, ha custodito tutto questo. Con 40 Lune ho voluto fermarmi un istante, guardare il cammino percorso e trasformarlo in note. Non è soltanto un brano che celebra un’età, ma un racconto intimo di ciò che sono stato, di ciò che sono diventato e di tutto quello che ancora devo vivere e raccontare attraverso la musica.”

    Biografia

    Alessio Pizzotti è un pianista e compositore romano. Il suo percorso artistico affonda le radici nello studio del pianoforte classico per poi aprirsi progressivamente alle contaminazioni del jazz, del pop e della musica contemporanea, dando vita a una cifra espressiva personale e autentica.

    La sua solida formazione accademica lo vede laurearsi con il massimo dei voti sia in Pianoforte Classico che in Piano e Tastiere Pop presso il Conservatorio di Frosinone, a cui si aggiunge il diploma al prestigioso Saint Louis College of Music di Roma. Parallelamente agli studi, costruisce un’intensa carriera professionale collaborando con importanti realtà del panorama musicale: suona per diversi anni con l’Orchestra RAI, prende parte a tournée internazionali e affianca artisti del calibro di Marco Mengoni, Francesco Di Giacomo, Massimo Di Cataldo e gli Agricantus.

    Un passaggio determinante per la sua evoluzione umana e artistica è il lungo soggiorno a New York, dove ha l’opportunità di perfezionarsi e studiare al fianco di maestri del calibro di Barry Harris e Jon Davis, approfondendo il linguaggio dell’improvvisazione e della composizione. È proprio nella metropoli statunitense che prende forma il suo progetto solista d’esordio, Dieci Giorni (2015), presentato con un concerto sold out all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

    Negli anni successivi consolida la sua produzione discografica con gli album In Vita (2018) e BENINCONIA (2024), alternando il pianoforte acustico all’uso di tastiere ed elementi elettronici. Tra le composizioni più rappresentative del suo repertorio spiccano brani come Corde tese, Oltre Parigi e Occhi Freddi.

    Portando avanti un percorso rigorosamente indipendente e autoprodotto, Pizzotti concepisce la composizione come uno spazio emotivo libero da etichette di genere: frammenti di vita, immagini ed esperienze vissute si traducono così in un dialogo musicale intimo e universale, capace di evocare suggestioni profonde nell’ascoltatore.

    “40 lune” è il nuovo singolo di Alessio Pizzotti disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 23 ottobre 2026.

    Instragram – https://www.instagram.com/ale_pizzotti

    Facebook – https://www.facebook.com/alessio.pizzotti/

  • “Smetti di fare attenzione” è il nuovo singolo dei tuttotace

    Da venerdì 23 ottobre 2026 è disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming digitale “Smetti di fare attenzione”, il nuovo singolo dei tuttotace per Red&Blue Music Relations distribuito da ADA Music Italy.

     

    “Smetti di fare attenzione” nasce da una riflessione su una quotidianità sempre più frenetica, in cui siamo costantemente chiamati a prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda. Il vero gesto rivoluzionario diventa quello di distogliere lo sguardo dalla complessità che ci circonda e che spesso portiamo anche dentro di noi. Le linee melodiche strette che si intrecciano tra loro richiamano questa sensazione di confusione, mentre le sonorità vicine al math-rock introducono un rigore che esprime il bisogno di mettere ordine nel caos quotidiano. La contrapposizione tra la ricchezza degli stimoli e l’esigenza di ordinarli e controllarli culmina nel mantra del brano, ripetuto instancabilmente come un monito: “smetti di fare attenzione”. Un modo per ricordare che non sempre è necessario avere tutto sotto controllo.

     

     

    Spiega il gruppo a proposito del brano: «Per un lungo periodo, “Smetti di fare attenzione” è stato il brano con cui abbiamo aperto i nostri concerti. È un po’ il nostro inno, potremmo dire, la cifra concettuale con cui cerchiamo, con uno sforzo titanico, di affrontare la realtà che abitiamo. C’è un motivo se riconosciamo a questo brano un ruolo “introduttivo”, per così dire: bisogna arrendersi al fatto che non tutto può essere controllato. “In fondo resterà per sempre ciò che sfugge dalle mani”, questa frase del brano, quasi ovvia, rimarca proprio questo aspetto: non si può afferrare tutto, non si può capire tutto. C’è una sproporzione immensa tra ciò che rimane in noi e ciò che invece non riusciamo a capire, né a trattenere e che, perciò, perdiamo per sempre. E, come continua il pezzo, “in realtà va bene”».

     

     

    Biografia

    tuttotace è l’incontro di Massimo Rusi (cantante e chitarrista), Riccardo Quell de Riso Paparo (batterista e percussionista), Federico Bentivoglio (bassista e corista) e Andrea El Khaloufi (chitarrista e corista). Il progetto affonda le radici nel 2019, con l’incontro tra Riccardo e Massimo, allora studenti di filosofia. L’ingresso di Federico e Andrea, anche loro conosciuti in facoltà, trasforma definitivamente il garage in cui Massimo e Riccardo “giocavano” alla musica nella sala prove di un gruppo che improvvisa e compone. Brano dopo brano, tuttotace prende forma senza che i quattro se ne accorgano, ma la consapevolezza di fare ormai parte di qualcosa di più grande di ciascuno di loro arriva nel corso del 2022. Il primo album è scritto in due anni improvvisati e inconsapevoli e ricalca il tempo dell’amicizia che si forma. Presto è concluso anche il secondo, scritto in pochi mesi, come in fretta cresce l’erba quando il terreno è pronto. Lottando con il tempo del lavoro, il primo album, “un’altra grande città”, è registrato solo nell’estate 2025, dopo cinque anni di prove ininterrotte.

    Il progetto unisce le influenze a prima vista incompatibili di ciascuno dei quattro membri, tutti polistrumentisti. Massimo suona la chitarra come se avesse un cappello di paglia e una spiga tra i denti, ama il country à la Bill Monroe, ma anche l’emo dei Pinegrove, gli intrecci dei Genesis e il cantautorato di De André e De Gregori. Ha studiato chitarra fingerpicking per anni, finché non si è accorto che c’è troppo da imparare, così ha smesso di studiare, e ha iniziato a scrivere. Riccardo è tecnico ma emotivo e, ispirata dalle bacchette di Carter Beauford e Vinnie Colaiuta, la sua batteria è un elemento centrale degli arrangiamenti: non a caso, i fan più vicini hanno rinominato la band “Ricky e i tuttotace”. L’apporto di Federico nella band gli è valso il titolo di “signore dell’armonia”. Tra le sue ispirazioni essenziali vanno citati almeno: Beatles, Artic Monkeys e Verdena. Il più lontano dal suono dei tuttotace è Andrea che, abbandonato il pianoforte classico nel conservatorio a causa della scoperta degli AC/DC, cresce a Metallica e Tool. Tuttavia, la sua sensibilità (musicale) lo porta a ispirare le sue chitarre allo shoegaze degli Alcest e al post-rock dei Mogwai. Senza il suo contributo compositivo i pezzi della band sarebbero delle lunghe suite di rock progressivo senza ritornelli e ciascun brano durerebbe dai 15 ai 20 minuti.

    La loro musica non nasce da un’unica fonte, e nemmeno con un motivo preciso. Hanno iniziato a suonare per esprimersi, più che per comunicare qualcosa di specifico. Tuttavia, almeno i testi in qualche modo parlano e sono tutti accomunati dall’esigenza di verbalizzare ciò che nel quotidiano non si riesce a dire, e che però si vuole tenere a mente. Così, la musica dei tuttotace finisce per essere un insieme di promemoria: ciascun testo parla di una sensazione, gli arrangiamenti però la trasformano in qualcosa di nuovo, e il risultato è che ciascun brano dice qualcosa che non è riducibile a ciò che i testi narrano, rimanda a delle sensazioni che non potrebbero essere ricordate se non ascoltando quella canzone. A chiunque si riconosca in questa esigenza è rivolta la musica dei tuttotace.

    Testo e musica si equivalgono e si confondono, perché la musica parla e dà nuovo senso alle parole. Così, tuttotace è più della somma dei suoi quattro membri, è come una quinta persona che dice più di quello che ognuno sarebbe capace di dire. Non parla perché ha qualcosa da comunicare, ma perché non può fare a meno di esprimersi con decisione, anche se non sa cosa vuole dire. E così lancia un urlo, come in preda alla gioia o alla sorpresa. Per la realizzazione dei videoclip di ‘Questo suono’ e ‘A cena’ i tuttotace hanno collaborato con il team di Riccardo Baiocco, regista, scrittore e redattore della rivista Sentieri Selvaggi. Mentre, per il videoclip di ‘Signori’, con il team di Andrea Boccianti.

    A settembre 2026 è uscito il loro primo EP, intitolato “Periferie 1”, contenente i primi cinque brani di un percorso che culminerà all’inizio del 2027, con l’uscita di “un’altra grande città”, il loro primo album.

    Al momento, i tuttotace contano più di venti inediti. Il loro obiettivo è raggiungere con la musica quante più orecchie possibile, accrescere il pubblico e vederlo coinvolto nei brani, fino a cantarli con trasporto durante i concerti.

     

    “Smetti di fare attenzione” è il nuovo singolo dei tuttotace disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica da venerdì 23 ottobre.

     

     

    SITO WEB https://bio.site/tuttotace

    INSTAGRAM https://www.instagram.com/tuttotace_band

    TIKTOK https://www.tiktok.com/@tuttotace_band

    SPOTIFY https://open.spotify.com/intl-it/artist/3H0X0IiUocLVMzFCzSCWa4?si=hgI46h-GSUaR-SCmGSbLbA

    YOUTUBE http://www.youtube.com/@tuttotace-band

  • OSA MUSIC consolida le partnership strategiche con Warner Chappell e Red&Blue Music Relations

    Prende ufficialmente il via OSA MUSIC, la nuova company indipendente con base operativa presso i Beatfactory Recording Studios di Como, nata per ridefinire l’ecosistema musicale offrendo servizi integrati di Management, Publishing, Label e Music Business Consulting ad artisti, autori, produttori e discografici. 

    La visione di OSA MUSIC si consolida grazie a due alleanze strategiche: Red&Blue Music Relations e Warner Chappell Music.

    In prima linea spicca Red&Blue Music Relations, storica realtà di riferimento nella promozione musicale italiana guidata da Marco Stanzani. La struttura assume il ruolo di ufficio stampa ufficiale di OSA MUSIC e ne affianca operativamente la crescita nelle attività di ricerca, scouting e talent connection, fungendo da ponte strategico tra i progetti del roster, i media e l’industria discografica.

    L’assetto editoriale si completa con la sinergia con Warner Chappell Music, multinazionale a cui è affidata l’amministrazione delle Edizioni Beatfactory (sezione publishing di OSA), a garanzia di una gestione, tutela e valorizzazione di respiro globale per il catalogo e gli autori.

    “OSA MUSIC rappresenta un modello moderno di sviluppo artistico, perché nasce dall’incontro di competenze complementari e da una visione condivisa del mercato musicale. Come Red&Blue Music Relations abbiamo scelto di affiancare questo progetto perché crediamo nella necessità di offrire agli artisti non soltanto visibilità, ma un ecosistema professionale capace di accompagnarli in ogni fase del loro percorso. La presenza di una struttura come OSA MUSIC, supportata da partner qualificati e da un network consolidato, crea le condizioni ideali per trasformare il talento in opportunità concrete e durature.” spiega   Marco Stanzani, amministratore unico di Red&Blue Music Relations

    Fondata da Filadelfo Castro — produttore, arrangiatore, compositore televisivo (vincitore di un Emmy Award nel 2024 per la serie americana Italy Made with Love) e direttore d’orchestra con oltre 150 titoli all’attivo per major quali Universal, Sony, Warner e BMG — OSA MUSIC è creata “da artisti per gli artisti”.

    L’obiettivo è colmare il divario tra la creazione musicale e le complesse dinamiche commerciali e audiovisive contemporanee (collaborazioni attive con Rai, Mediaset, Netflix, Disney e Prime Video).

    “Oggi il music business richiede competenze sempre più trasversali: non basta realizzare una grande canzone, bisogna sapere come svilupparla, proteggerla, posizionarla e costruire intorno ad essa un progetto”, dichiara il fondatore Filadelfo Castro. “OSA MUSIC vuole essere un partner concreto per affrontare queste sfide. Insieme a partner solidi come Marco Stanzani con Red&Blue e Warner Chappell, mettiamo in comune competenze, tutela, network, visione ed esperienza sul campo per far crescere nuovi talenti e progetti consolidati.”

    OSA MUSIC debutta con un roster di identità forti e nuove generazioni, capace di unire linguaggi e percorsi differenti:

    Stefano Paviani – Autore, compositore e produttore artistico multi-platino, vincitore di un Latin Grammy con Laura Pausini, già autore a tre edizioni del Festival di Sanremo e firma per artisti come Elodie, LDA, Dear Jack, Marco Carta, Nashley, oltre a compositore di colonne sonore (tra cui I Guardiani del Mare, presentato a Venezia 79).

    Vincenzo Fasano- Cantautore e autore visionario (quattro album all’attivo, brani per Paola Turci ed Elodie, collaborazioni con Dargen D’Amico e Rkomi nel brano Metà di Qualcosa). Il suo recente progetto Padre Terra – L’ego non è sostenibile unisce impegno civile, diritti umani e ambiente.

    Sabrina Bow – La voce della nuova generazione. Cantautrice ventiquattrenne veronese, ha esordito con il singolo Film Mentale, portando una scrittura intima e diretta che OSA MUSIC ha scelto di accogliere e sviluppare nel proprio percorso discografico.

    Sito Web https://www.osamusic.it/

    Instagram https://www.instagram.com/osa_music_management

                           

  • LUVESPONE: “Reggae Connection” è il nuovo singolo disponibile in radio e in digitale

    Dal 16/10/2026 arriva “Reggae Connection”, il nuovo singolo di LUVESPONE, voce siciliana proveniente dal progetto Reggae Connection, collettivo musicale e associazione che promuove sonorità reggae in Sicilia. 

    LUVESPONE, all’anagrafe Guido Savatteri, ritorna con un brano che racconta il ruolo centrale del reggae nella sua vita e che anticipa l’uscita del suo primo album da solista: “Al Levar del Sole”.

    Con uno stile dinamico e caratterizzato dai ritmi tipici del genere, il brano richiama i colori e la cultura della musica “in levare”, quasi come fosse un inno dalla tinta “rossa, verde e gialla”. Scritto con entusiasmo e con un calore che sa di sicilianità, “Reggae Connection” racconta di come la musica reggae, con le sue vibrazioni positive, rappresenti un’oasi di rifugio dal caos e, allo stesso tempo, una forma artistica in grado di dare forza e supporto all’ascoltatore. 

    Il brano ripercorre anche i primi passi dell’artista nel mondo musicale in levare, vissuti tra alti e bassi ma sempre guidati dall’amore per le parole e per questa musica. La produzione, ideata e realizzata da LUVESPONE, presenta anche il tocco musicale e l’arrangiamento di Tiano Bless, cantante e artista a tutto tondo, tra i principali esponenti della scena musicale urbana e reggae/hip-hop in America Latina, i cori di Tarsia e le chitarre di Frank The Engineer, che ne ha curato anche il mixaggio.

    «Questa musica mi ha aiutato a rialzarmi e tirarmi su in tanti momenti. A un certo punto, ho sentito l’esigenza di dedicarle un personalissimo pensiero, con la speranza che possa essere compreso e condiviso». dichiara LUVESPONE.  «Chi mi conosce, lo sa bene: non mi sono mai stancato di questa vibrazione. Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, ho continuato ad attingere da essa, dalla sua storia, dalle sue sonorità» aggiunge. 

    «E poi, dopo anni di lavoro e di ricerca, ho pensato che sarebbe stato il pezzo ideale per lanciare il nuovo album che, finalmente, ha visto la luce».

    https://www.youtube.com/watch?v=_HyNvx12hww

    Il visual video della canzone, invece, si muove all’interno di una cornice che mette insieme elementi del passato e del presente, volti a testimoniare come questo amore non si sia dissolto nel tempo, nonostante si tratti di un genere musicale spesso tenuto alla larga dai circuiti mainstream.

    «Prendere parte a questo progetto è stato meraviglioso, non solo per la possibilità di raccontare attraverso le immagini la storia di Guido, in arte LUVESPONE, ma anche per le connessioni umane che si sono create lungo il percorso» dichiara Francesco Sortino, regista del video insieme ad Alessandro Di Benedetto, il quale, successivamente, aggiunge: «Abbiamo voluto realizzare un videoclip semplice, ma capace di trasmettere qualcosa, racchiudendo luoghi, ricordi e momenti importanti della sua vita, fino ad arrivare a ciò che è oggi. Perché per fare tanta strada è importante sapere sempre da dove si è partiti».

    «C’era tanto materiale video, rimasto negli archivi, che avevo il piacere di far rivivere. Fuori dalle logiche di ciò che funziona al giorno d’oggi, visti gli algoritmi e le nuove risoluzioni adottate dai social media, abbiamo messo tutto insieme e, quasi, mi sembra di vedere a pieno tutto quello che è successo da quando ho iniziato a fare musica fino ad oggi» afferma LUVESPONE. 

    LUVESPONE, all’anagrafe Guido Savatteri, è un cantautore reggae siciliano e insegnante di Lingua e Letteratura Italiana nelle scuole superiori. Muove i primi passi nel mondo della musica nel 2008 grazie alla fondazione del progetto Reggae Connection, nato dall’amore per la musica reggae e dalla voglia di diffonderla con tutti i mezzi possibili.

    Tra il 2012 e il 2017, pubblica il mixtape “Mattone su Mattone” e l’album “Io Resto Qua”, realizzati in collaborazione con l’artista MicroRico. 

    Nel 2020, con l’ingresso in Maqueta Records, ha pubblicato nuovi singoli come “Time Taking Over”, “Ubriachi fino alle tre feat. Tarsia” e “Pioggia su di me”. Nel 2027 è prevista l’uscita del suo primo album da solista: “Al Levar del Sole”.

  • LUVESPONE: “Reggae Connection” è il nuovo singolo disponibile in radio e in digitale

    Dal 16/10/2026 arriva “Reggae Connection”, il nuovo singolo di LUVESPONE, voce siciliana proveniente dal progetto Reggae Connection, collettivo musicale e associazione che promuove sonorità reggae in Sicilia. 

    LUVESPONE, all’anagrafe Guido Savatteri, ritorna con un brano che racconta il ruolo centrale del reggae nella sua vita e che anticipa l’uscita del suo primo album da solista: “Al Levar del Sole”.

    Con uno stile dinamico e caratterizzato dai ritmi tipici del genere, il brano richiama i colori e la cultura della musica “in levare”, quasi come fosse un inno dalla tinta “rossa, verde e gialla”. Scritto con entusiasmo e con un calore che sa di sicilianità, “Reggae Connection” racconta di come la musica reggae, con le sue vibrazioni positive, rappresenti un’oasi di rifugio dal caos e, allo stesso tempo, una forma artistica in grado di dare forza e supporto all’ascoltatore. 

    Il brano ripercorre anche i primi passi dell’artista nel mondo musicale in levare, vissuti tra alti e bassi ma sempre guidati dall’amore per le parole e per questa musica. La produzione, ideata e realizzata da LUVESPONE, presenta anche il tocco musicale e l’arrangiamento di Tiano Bless, cantante e artista a tutto tondo, tra i principali esponenti della scena musicale urbana e reggae/hip-hop in America Latina, i cori di Tarsia e le chitarre di Frank The Engineer, che ne ha curato anche il mixaggio.

    «Questa musica mi ha aiutato a rialzarmi e tirarmi su in tanti momenti. A un certo punto, ho sentito l’esigenza di dedicarle un personalissimo pensiero, con la speranza che possa essere compreso e condiviso». dichiara LUVESPONE.  «Chi mi conosce, lo sa bene: non mi sono mai stancato di questa vibrazione. Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, ho continuato ad attingere da essa, dalla sua storia, dalle sue sonorità» aggiunge. 

    «E poi, dopo anni di lavoro e di ricerca, ho pensato che sarebbe stato il pezzo ideale per lanciare il nuovo album che, finalmente, ha visto la luce».

    https://www.youtube.com/watch?v=_HyNvx12hww

    Il visual video della canzone, invece, si muove all’interno di una cornice che mette insieme elementi del passato e del presente, volti a testimoniare come questo amore non si sia dissolto nel tempo, nonostante si tratti di un genere musicale spesso tenuto alla larga dai circuiti mainstream.

    «Prendere parte a questo progetto è stato meraviglioso, non solo per la possibilità di raccontare attraverso le immagini la storia di Guido, in arte LUVESPONE, ma anche per le connessioni umane che si sono create lungo il percorso» dichiara Francesco Sortino, regista del video insieme ad Alessandro Di Benedetto, il quale, successivamente, aggiunge: «Abbiamo voluto realizzare un videoclip semplice, ma capace di trasmettere qualcosa, racchiudendo luoghi, ricordi e momenti importanti della sua vita, fino ad arrivare a ciò che è oggi. Perché per fare tanta strada è importante sapere sempre da dove si è partiti».

    «C’era tanto materiale video, rimasto negli archivi, che avevo il piacere di far rivivere. Fuori dalle logiche di ciò che funziona al giorno d’oggi, visti gli algoritmi e le nuove risoluzioni adottate dai social media, abbiamo messo tutto insieme e, quasi, mi sembra di vedere a pieno tutto quello che è successo da quando ho iniziato a fare musica fino ad oggi» afferma LUVESPONE. 

    LUVESPONE, all’anagrafe Guido Savatteri, è un cantautore reggae siciliano e insegnante di Lingua e Letteratura Italiana nelle scuole superiori. Muove i primi passi nel mondo della musica nel 2008 grazie alla fondazione del progetto Reggae Connection, nato dall’amore per la musica reggae e dalla voglia di diffonderla con tutti i mezzi possibili.

    Tra il 2012 e il 2017, pubblica il mixtape “Mattone su Mattone” e l’album “Io Resto Qua”, realizzati in collaborazione con l’artista MicroRico. 

    Nel 2020, con l’ingresso in Maqueta Records, ha pubblicato nuovi singoli come “Time Taking Over”, “Ubriachi fino alle tre feat. Tarsia” e “Pioggia su di me”. Nel 2027 è prevista l’uscita del suo primo album da solista: “Al Levar del Sole”.

  • La memoria di Hiroshima diventa un riferimento teatrale nel nuovo singolo di Albasax

    Centoquarantamila. È il numero che compare in un verso di una canzone d’amore. Ed è anche la stima delle persone morte a Hiroshima entro la fine del 1945, dopo lo sgancio della prima bomba atomica impiegata in guerra, il 6 agosto di quell’anno.

    «Dopo scuse chieste 140.000 volte», canta Albasax, nome d’arte di Daniele Dominici, ventisettenne musicista romano che ha scelto di inserire quella cifra nel testo di “Hiroshima”, il suo nuovo singolo disponibile dal 20 ottobre, secondo capitolo del progetto artistico e teatrale di prossima uscita “ACTVS PRIMVS”.

    Il riferimento è del tutto intenzionale. Le scuse ripetute all’interno di una relazione diventano il punto di contatto con una tragedia storica nella quale le conseguenze di una decisione hanno assunto proporzioni impossibili da cancellare. Una corrispondenza numerica che introduce il tema attorno al quale Albasax ha cucito il brano: la consapevolezza che arriva quando il danno è già stato compiuto e chiedere perdono non basta più a ripararlo.

    Nel videoclip ufficiale, concepito come un cortometraggio interamente in bianco e nero, l’artista interpreta J. Robert Oppenheimer, il fisico statunitense che diresse il laboratorio di Los Alamos durante il Progetto Manhattan e guidò lo sviluppo delle prime armi atomiche. Di fronte a lui c’è Giorgia Carletti, chiamata a impersonare Hiroshima: una città che diventa donna, corpo, anima e destinataria delle conseguenze di un errore.

    La vicenda raccontata è quella di un amore che sta finendo, attraversato da tentativi di riconciliazione, decisioni sbagliate e segnali d’allarme rimasti inascoltati. Nel brano torna ossessivamente il grido «Mayday, Mayday», la richiesta internazionale di soccorso utilizzata nelle situazioni di grave pericolo. Un segnale che, nella storia immaginata da Albasax, continua a risuonare mentre i protagonisti si avvicinano a un punto di rottura sempre meno evitabile. L’esplosione è il momento verso il quale tutto precipita, ma il centro del racconto è ciò che accade prima: la successione di scelte, esitazioni e responsabilità che rende possibile la catastrofe.

    Un riferimento storico ben preciso, nel quale una cifra reale entra in una storia immaginaria, portando con sé il peso di una tragedia che, a oltre ottant’anni di distanza, conserva intatta la sua gravità e impone ancora oggi una riflessione sulle conseguenze delle decisioni umane.

    Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, Hiroshima fu colpita dalla bomba atomica statunitense. Secondo le stime ufficiali della municipalità giapponese, circa 140.000 persone morirono entro il dicembre successivo, comprese le vittime degli effetti delle radiazioni. Il numero esatto non è tuttora conosciuto: la stima è soggetta a un margine di incertezza e non comprende tutte le morti sopraggiunte negli anni seguenti.

    Ma è a questa cifra, rimasta impressa nella memoria storica del Novecento, che rimanda il verso scelto da Albasax. Una decisione artistica che richiede di distinguere due piani. Da una parte, la tragedia documentata di Hiroshima, con le sue vittime e le conseguenze che hanno segnato intere generazioni; dall’altra, una costruzione teatrale che prende in prestito alcuni simboli della storia nucleare per interrogarsi sul comportamento umano.

    Le dimensioni dei due eventi non sono paragonabili, né il dolore di una separazione sentimentale può essere equiparato alla distruzione di una città e dei suoi abitanti. Il collegamento proposto dall’artista riguarda piuttosto il meccanismo della responsabilità: la possibilità di riconoscere un errore quando le sue conseguenze sono ormai fuori dal nostro controllo.

    Anche il lessico tipico della fisica nucleare entra nella narrazione tracciata dall’artista capitolino: la bomba, le radiazioni, l’esplosione e il pericolo imminente diventano parte del linguaggio con cui viene descritta la dissoluzione del legame.

    I protagonisti sembrano riconoscere ciò che sta accadendo, continuano a chiedersi perdono, ma finiscono per compiere le stesse scelte che stanno distruggendo il loro rapporto, fino a rendere inevitabile ciò che, forse, avrebbero ancora potuto scongiurare.

    E viene spontaneo chiedersi quante volte si possa ripetere lo stesso errore prima di capire che alcune conseguenze non ammettono una seconda possibilità.

    “Hiroshima” arriva in un periodo storico nel quale la guerra, la minaccia nucleare e la distruzione di intere aree abitate continuano a occupare il dibattito e la cronaca internazionali.

    «Viviamo in un periodo storico in cui assistiamo ogni giorno alle conseguenze di decisioni che distruggono vite, città e intere generazioni – dichiara -. Con “Hiroshima” ho voluto raccontare qualcosa che, in proporzioni completamente diverse, riguarda anche la nostra vita privata: la facilità con cui ripetiamo gli stessi errori, pur conoscendone le conseguenze. A volte continuiamo a chiedere scusa, convinti che basti a rimediare, senza renderci conto che ogni scelta lascia qualcosa dietro di sé. E arriva un momento in cui il perdono, per quanto sincero, non può più riportare le cose come prima. Credo che assumersi la responsabilità delle proprie azioni significhi soprattutto questo: imparare a riconoscere il danno che possiamo provocare, prima che diventi irreparabile.»

    Il riferimento a Oppenheimer introduce nel progetto una figura storica che continua a interrogare la cultura contemporanea. Direttore scientifico del laboratorio di Los Alamos, dove vennero progettate e sviluppate le prime bombe atomiche, Oppenheimer è diventato uno dei personaggi più rappresentativi del rapporto tra progresso scientifico, potere militare e responsabilità morale. Una figura controversa riportata all’attenzione del grande pubblico anche dal film “Oppenheimer” di Christopher Nolan, uscito nel 2023, campione d’incassi e vincitore di sette premi Oscar, tra cui quello per il miglior film. Albasax ne assume l’identità scenica, inserendola in una rappresentazione che trae ispirazione dalla tradizione tragica. La coprotagonista Giorgia Carletti interpreta invece Hiroshima, facendo così assumere alla città un volto e una presenza fisica che permettono di trasferire sul piano teatrale il confronto tra chi agisce e chi subisce le conseguenze dell’azione.

    La scelta richiama uno dei procedimenti più antichi della drammaturgia: attribuire un corpo, una voce e un destino a ciò che, nella realtà, appartiene alla storia, alla collettività o al mondo delle idee.

    Nell’immaginario di “Hiroshima” convivono il melodramma sentimentale e la tragedia di matrice shakespeariana, con personaggi chiamati a confrontarsi con decisioni che modificano definitivamente il corso degli eventi. Al centro rimane l’impossibilità di fermare il tempo nell’istante precedente alla scelta fatale. La consapevolezza può arrivare dopo, ma il corso degli avvenimenti non torna indietro.

    Con “Hiroshima”, Albasax prosegue il percorso Dramatic Pop, denominazione scelta per identificare una proposta nella quale scrittura musicale, interpretazione vocale, strumenti, recitazione, coreografia e racconto cinematografico vengono concepiti come parti di una stessa opera.

    La componente teatrale, già presente nel precedente singolo “Follie di Joker”, assume qui un rilievo ancora maggiore. L’estetica del nuovo capitolo è interamente concepita sul bianco e nero, scelta che caratterizza il videoclip e accompagna l’identità visiva dell’artista. La sottrazione del colore accentua il contrasto tra luce e ombra, il disegno dei corpi, i costumi e la gestualità dei personaggi, contribuendo a definire l’atmosfera dark-noir della produzione.

    Il riferimento dichiarato da Albasax è Bruce Wayne, con il suo immaginario notturno ed elegante, attraversato dal costante conflitto tra identità pubblica e conflitto interiore. Un’influenza che il musicista e cantautore romano inserisce nella costruzione della propria città immaginaria, “Drama City”, lo spazio narrativo nel quale prendono forma i personaggi e le vicende di “ACTVS PRIMVS”. L’intenzione è sviluppare un linguaggio scenico nel quale ogni nuovo brano possa occupare un posto all’interno di una storia più ampia.

    Per “Hiroshima”, Albasax ha ideato e disegnato personalmente il proprio make-up teatrale, successivamente realizzato sul volto dalla sua storica make-up artist Ester Lo Bianco.

    La scelta si inserisce nella tradizione degli artisti che hanno utilizzato il trucco come parte integrante dell’identità performativa. Tra i riferimenti più immediati ci sono David Bowie e Prince, due autentici innovatori che hanno rivoluzionato la storia della musica e della performance, attribuendo al costume, alla trasformazione scenica e alla definizione del personaggio un ruolo essenziale nella propria ricerca artistica, al pari della voce e della musica.

    Il videoclip comprende inoltre un corpo di ballo che indossa maschere protettive antiradiazioni, inserendo nella coreografia un ulteriore richiamo all’immaginario nucleare.

    Le coreografie e la direzione artistica sono curate da Daniele Ingrassia e dallo stesso Albasax, che proseguono così la collaborazione già avviata con il primo capitolo dell’opera.

    Tra gli elementi più particolari della nuova produzione compare anche uno Straight Alto Sax, un sassofono contralto dal corpo diritto, variante assai meno comune rispetto al tradizionale contralto ricurvo. Albasax lo ha inserito per la sua timbrica penetrante e per il profilo dello strumento, capace di entrare con naturalezza nella composizione. Nella dimensione post-apocalittica di “Hiroshima”, il sassofono diventa parte del linguaggio drammaturgico attraverso il quale l’artista interpreta il proprio personaggio.

    Un ulteriore sviluppo della ricerca musicale di Dominici, diplomato in sassofono jazz al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e impegnato da anni nello studio e nell’impiego di diverse tipologie dello strumento. Il suo lavoro riunisce i sei principali membri della famiglia del sassofono — sopranino, soprano, contralto, tenore, baritono e basso — e li inserisce all’interno di una produzione contemporanea che attraversa pop, elettronica e performance teatrale.

    “Hiroshima” costituisce il secondo capitolo di “ACTVS PRIMVS”, inaugurato dopo l’estate con il singolo “Follie di Joker” che, mediante la figura del Joker, raccontava la difficoltà di riconoscere e accettare ciò che si tende a nascondere agli altri, trasformando la maschera in uno strumento di rappresentazione delle proprie fragilità.

    Con “Hiroshima”, il racconto si sposta sulla relazione tra due individui e sulle conseguenze delle loro scelte. Alla maschera del Joker subentra la figura storica di Oppenheimer; all’incontro con sé stessi segue il confronto con ciò che le proprie azioni producono su un’altra persona.

    I due capitoli condividono la stessa concezione dello spettacolo, nella quale la musica determina la costruzione delle scene e ogni elemento visivo partecipa alla narrazione. Un’impostazione che Dominici ha sviluppato anche attraverso gli studi magistrali in Scritture e produzioni per lo spettacolo, intrapresi per approfondire la drammaturgia e trasferirne gli strumenti nel proprio lavoro musicale.

    In “Hiroshima”, i cori sono affidati alla vocal coach Monica Magnani, già coinvolta nel precedente capitolo, mentre il lavoro coreografico e la direzione artistica portano la firma congiunta di Daniele Ingrassia e Albasax.

    Nel 2025 sono trascorsi ottant’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Eppure, le questioni storiche e morali sollevate dallo sviluppo e dall’impiego delle armi nucleari continuano a riguardare il presente. Albasax sceglie di affrontarle con un racconto sentimentale che utilizza figure e simboli riconoscibili del Novecento, assumendosi anche il rischio di accostare esperienze di natura e gravità profondamente differenti.

    Al centro della canzone rimangono un uomo, una donna e una relazione che non riesce più a sopravvivere agli errori commessi. Il numero delle scuse continua a crescere, il segnale di soccorso viene ripetuto, i protagonisti tentano di resistere alle conseguenze delle proprie azioni. Ma ogni tragedia possiede un momento nel quale il suo esito potrebbe ancora essere diverso. Ed è proprio quel momento, prima che sia troppo tardi, che Albasax decide di raccontare, ricordandoci quanto possa essere sottile il confine tra un errore al quale si può ancora rimediare e uno con cui bisognerà convivere per sempre.

  • “Small Talking” è il nuovo singolo dei Relief

    Da venerdì 16 ottobre 2026 è disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming digitale “Small Talking” il nuovo singolo dei RELIEF per Red&Blue Music Relations distribuito da ADA Music Italy.

    “Small Talking” è un brano pop ironico e surreale che racconta la distanza tra le conversazioni di tutti i giorni e quello che, invece, riesce davvero a catturare la nostra attenzione. Il protagonista cerca di seguire i discorsi sul caldo, sul prezzo del gas, sul bon ton o sull’aria di festa, ma la sua mente finisce altrove, attirata dalle torri dell’acqua, dai fili del tram, dai suoni e dagli odori. La difficoltà di prendere parte alle classiche conversazioni di circostanza diventa così il racconto di una mente curiosa, che tende a seguire strade tutte sue.

    Musicalmente la canzone unisce pop e rock con un approccio melodico e ironico, sostenendo il contrasto tra la leggerezza del sound e il senso di disallineamento raccontato dal testo.

     

    Spiega la band a proposito del brano: “Small Talking nasce dalla difficoltà di stare dentro quelle conversazioni quotidiane in cui tutti sembrano sapere di cosa parlare, mentre la nostra testa è già da un’altra parte. Ci divertiva l’idea di raccontare questo contrasto senza trasformarlo in una lamentela: il protagonista vorrebbe riuscire a fare small talking, ma continua a essere attirato da torri dell’acqua, fili del tram, suoni, odori e altre cose che per gli altri magari non significano nulla. In fondo è una canzone sul tentativo di trovare un posto anche dentro conversazioni che non ci vengono naturali, chiedendo persino alla persona che amiamo di aiutarci a dire di più… di cose che non hanno senso”.

     

    Il videoclip di “Small Talking” riprende l’ironia e il lato surreale del brano senza seguire alla lettera ciò che racconta il testo. Il video gioca con un’estetica volutamente kitsch, ispirata alle immagini e alle catene che per anni hanno popolato i gruppi WhatsApp: grafiche colorate, frasi esagerate, fotografie improbabili, effetti e situazioni nonsense. Molti degli elementi presenti nel video nascono proprio dai dettagli citati nella canzone e diventano il punto di partenza per giocare sul contrasto tra le classiche conversazioni di circostanza e i pensieri decisamente più insoliti del protagonista. A queste immagini si alternano quelle dei Relief, in un videoclip volutamente trash, ironico ed esagerato. Il progetto nasce dalle idee della band ed è stato realizzato in modo semplice e creativo, lasciando spazio soprattutto alla spontaneità e al gioco.

    Guarda il videoclip su YouTube https://www.youtube.com/watch?v=JESiNxlzW4I

     

     

    RELIEF| BIOGRAFIA

    I Relief sono una band pop italiana attiva da circa due anni, nata a Roma dall’incontro di musicisti con percorsi e sensibilità diverse ma un’idea comune di canzone: un pop contemporaneo che unisce melodia, ricerca sonora e ironia. Il progetto prende forma attraverso la scrittura di brani originali in italiano e una forte attenzione agli arrangiamenti, con l’obiettivo di costruire un’identità riconoscibile sia dal vivo sia in studio. Uno degli elementi distintivi del sound dei Relief è l’uso non convenzionale del flauto traverso, che grazie a loop, armonizzazioni ed effetti diventa non solo uno strumento melodico, ma anche ritmico e armonico, dialogando con un basso groovy, una chitarra dal sapore vintage e una batteria che alterna suoni acustici ed elettronici.

    Le principali influenze musicali spaziano tra pop e rock internazionale e italiano, con riferimenti che vanno dai Queen ai Beatles, dai Genesis ai Jethro Tull, passando per i Wheater Report, Yes, Jamiroquai, Pino Daniele e il pop italiano contemporaneo. Questa varietà di ascolti si riflette in un linguaggio musicale che guarda al passato senza nostalgia, rielaborandolo in chiave moderna.

    I Relief sono una band polistrumentale: voce principale e chitarra, flauto traverso con multieffetti e beatbox, basso elettrico con forti influenze funk e groove-oriented e batteria acustica ed elettronica. La formazione musicale dei membri è mista, tra studio accademico e percorso autodidatta, con una particolare cura per le armonie vocali e la resa live. La formazione attuale è composta da Lorenzo Corsi – flauto, chitarra, cori; Leonardo Fortini – basso, cori e Lorenzo Politi – voce, chitarra e pianoforte.

    Il repertorio originale ruota attorno a brani che affrontano temi come l’idealizzazione amorosa, l’incomunicabilità, le relazioni sospese, le amicizie che attraversano il tempo e il rapporto tra emozioni e tecnologia. Le canzoni dei Relief raccontano la quotidianità emotiva contemporanea con uno sguardo che alterna leggerezza e profondità, cercando di parlare di cose serie senza prendersi troppo sul serio.

    Il progetto è attualmente seguito nella fase di produzione e finalizzazione da Massimo Calabrese e Marco Lecci, che affiancano la band nello sviluppo artistico e nella definizione del sound. Il target principale dei Relief è un pubblico tra i 18 e i 35 anni, senza distinzione di genere, attento alla scrittura, alle armonie e a una proposta pop italiana moderna e consapevole.

    Nel medio periodo la band punta a pubblicare i primi singoli ufficiali e a consolidare la propria presenza nel circuito dei live e dei festival, con l’obiettivo di rendere la musica il centro del proprio percorso professionale.

    Dopo “Cristalli Liquidi” e “Eh No!”, “Small Talking” è il nuovo singolo dei Relief disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica da venerdì 16 ottobre.

     

     

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    SPOTIFY https://open.spotify.com/intl-it/artist/4FfjCSIs40A677spY8IVqk

     

  • “Candy Crush” è il nuovo singolo di Jumelle

    Dal 16 ottobre 2026 è disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali “Candy Crush”, il nuovo singolo di Jumelle (Up Music/Il Branco publishing).

    “Candy Crush” è un brano pop ironico e sensuale dal sound colorato, ritmato e dal respiro internazionale, capace di fotografare con ironia quella fase sospesa che segue la fine di una relazione.  In questo limbo, il flirt non è superficialità ma gioiosa creatività: un modo innocente per colmare il vuoto, ritrovarsi e, finalmente, essere noi a dettare le regole del gioco. Tra il timore di legarsi nuovamente e il piacere di esplorare nuovi incontri, la protagonista assaggia gusti differenti, sceglie, scarta e si riappropria del suo inquieto desiderio.  Un vero e proprio “Candy Crush” sentimentale, dove la sensualità diventa sinonimo di libertà e la seduzione si trasforma nello strumento ideale per riprendere il controllo, senza troppi sensi di colpa.

    L’artista racconta a proposito della canzone: “Candy Crush, in realtà, è un pezzo che parla di libertà. Quando ci siamo messi a scriverlo in studio, abbiamo fatto una specie di puzzle mettendo insieme tutti i piccoli pezzi del mio vissuto. Incapsula esattamente quello che cerco di fare ogni singolo giorno della mia vita. In quel periodo continuavo a chiedermi: ‘cosa posso imparare da questo periodo di incertezza e transizione? Come posso trasformarlo in qualcosa di bello?’. Alla fine ne è uscito un brano estremamente liberatorio e spensierato, ma con sotto quel velo costante di malinconia che ti resta addosso”.

     

    Il videoclip di Candy Crush gioca sul filo dell’ironia e della provocazione leggera, trasformando il brano pop in un piccolo teatrino di malizia, divertimento e spontaneità, capace di mostrare il lato più giocoso e autentico dell’artista. Mentre distribuisce voti scherzosi ai malcapitati di turno, la cantante si muove in un universo fatto di colori pastello e atmosfere leggere, soffiando bolle di sapone che amplificano la dimensione sognante del video. Il contrasto tra la dolcezza dell’estetica e il carattere ironico e provocatorio del brano crea un gioco visivo vivace e originale, che alleggerisce l’introspezione del testo senza privarlo della sua personalità. Un videoclip fresco e divertente, dove ironia, seduzione e leggerezza si incontrano, raccontando l’artista in una veste più libera, spontanea e giocosa.

    Guarda qui il videoclip: https://www.youtube.com/watch?v=isyjdYzfdb4

    Biografia

    Sara Brighenti, in arte Jumelle, è una cantante e cantautrice di origini emiliane, nata nel 1996 a Correggio. Nel 2016 si trasferisce a Milano per perseguire gli studi di recitazione grazie ai quali si approccia per la prima volta al mondo del canto, spaziando dal pop al musical. Nel 2021 presta la voce al brano “Possession” composto e prodotto da Enrico Marcucci, con cui realizzerà il suo primo EP “Fleurs Du Mal”, adattamento in canzone di quattro poesie di Charles Baudelaire dall’omonima raccolta di poesie, uscito nel 2023 sotto il nome Dafnee. Nello stesso anno partecipa alla sesta edizione del talent The Coach, e inizia a dedicarsi alla scrittura di brani inediti. Nel 2025 esce il suo primo brano pop intitolato “Restare”, seguito nel 2026 dal suo primo brano in lingua inglese, “Happy Birthday My Ex Lover”.

    “Candy Crush” è il nuovo singolo di Jumelle in uscita in radio e sulle piattaforme digitali il 16 ottobre 2026.

    INSTAGRAM https://www.instagram.com/sarajumelle_