Autore: AndreaInfusino

  • Francesco Chebat Trio – The Wand, Chick Corea and Beyond Da sabato 24 gennaio 2026, disponibile questo nuovo disco in formato fisico e in digitale


    Dato alle stampe dall’etichetta indipendente Clessidra Records, disponibile in copia fisica e su tutte le piattaforme streaming da sabato 24 gennaioThe Wand, Chick Corea and Beyond è la nuova creatura discografica firmata Francesco Chebat Trio, brillante formazione diretta dal talentuoso e intraprendente pianista jazz Francesco Chebat e completata da una formidabile sezione ritmica: Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria.
    La tracklist del CD consta di nove brani, quattro frutto dell’inesauribile vena compositiva del leggendario pianista statunitense Chick Corea (Hymn of the Seventh GalaxyTone PoemDuende e Silver Temple), mentre Night RadioLumeThe WandA Weird Storyteller e Underwater Blue sono composizioni originali scaturite dal fervido estro di Chebat.
    “The Wand, Chick Corea and Beyond” non è solo un tributo all’immenso pianista americano, soprattutto sotto l’aspetto compositivo. Ma è un vero e proprio atto di gratitudine da parte del leader di questo lavoro verso colui che ha rappresentato, probabilmente, la stella polare più luminosa nel corso del suo cammino artistico. La «stortezza» melodica, armonica e ritmica del trio alla testa di Francesco Chebat, la libertà creativa ed espressiva, la visione aperta e spregiudicata nelle intenzioni stilistiche e comunicative rappresentano il comun denominatore di “The Wand, Chick Corea and Beyond”. Un disco impreziosito dall’energia, dal feeling, dall’interplay, dal groove e dalla carica swingante che rende questa formazione coinvolgente e travolgente.
    Chebat descrive così la genesi e le peculiarità di questa sua nuova fatica discografica: «La musica di Chick Corea è stata una fonte di ispirazione costante nel mio percorso musicale fin da ragazzo. Le sue composizioni hanno segnato in modo decisivo la mia formazione e, ancora oggi, continuano ad essere ispirative nel mio modo di suonare e comporre. Ho scelto di rendere omaggio a Corea riprendendo alcuni suoi pezzi dai dischi elettrici e scrivendo nuovi brani ispirati al suo mondo musicale: un tributo al compositore, non solo al pianista. Questo progetto si è sviluppato nell’arco di diversi mesi di lavoro insieme a Riccardo (Riccardo Fioravanti, ndr) e Maxx (Maxx Furian, ndr), che condividono con me l’interesse e l’ammirazione nei confronti di Chick Corea».
  • 精進 (Shōjin) il nuovo progetto del pianista Luca Dell’Anna in uscita venerdì 23 gennaio 2026 per Artesuono


     

    Il tour in dieci città italiane parte il 30 gennaio da Udine, poi Vicenza, Rovereto, Ferrara, Cividale del Friuli, Biella, Pordenone, Milano, Azzano Decimo e Piacenza

     

    Si chiama Shōjin (精進) il nuovo album del pianista Luca Dell’Anna, in uscita, venerdì 23 gennaio 2026 su cd e digitale per l’etichetta Artesuono. Il progetto, quarto da leader per Luca Dell’Anna, prende il nome dal concetto giapponese di dedizione, concentrazione e percorso di crescita, evocando un processo di riflessione costante, centrale nella filosofia Zen.

    Shōjin è un dialogo continuo tra culture diverse, che intreccia tradizioni giapponesi e italiane in una prospettiva jazz contemporanea.

     

    All’uscita dell’album seguirà un tour di dieci date nei principali jazz club italiani. La prima tappa è il 30 gennaio al Caucigh di Udine, in formazione trio, per proseguire poi in quartetto il 9 febbraio al Bar Borsa di Vicenza, il 12 febbraio al Jazz Lab di Rovereto, il 13 febbraio al Torrione di Ferrara, il 20 febbraio all’Arsenale di Cividale del Friuli, il 24 febbraio al Jazz Club di Biella. Il tour riprenderà il 12 marzo al Naon di Pordenone (nuovamente in trio), il 26 marzo al Bonaventura di Milano, il 17 aprile presso lo Showroom Biasin di Azzano Decimo, per concludersi il 10 ottobre al Milestone di Piacenza.

     

    Nel disco partecipa il sassofonista giapponese Ryoma Mano, mentre nel tour italiano il suo ruolo è affidato al clarinettista Mauro Negri, che porta al progetto una voce personale e coerente con l’impianto musicale. Insieme ad Alessandro Fedrigo al basso elettrico e a Luca Colussi alla batteria, il pianoforte di Luca Dell’Anna guida il quartetto con una scrittura raffinata e aperta, capace di alternare momenti di grande delicatezza a passaggi più energici. Ne nasce un concerto che unisce jazz contemporaneo, ricerca timbrica e una forte dimensione narrativa.

     

    Registrato nel 2025 e prodotto da Stefano Amerio, che ne ha curato magistralmente anche il missaggio, Shōjin è un lavoro interamente composto da Luca Dell’Anna, autore di tutte e nove le tracce contenute nell’album. Nove episodi che delineano un’idea di jazz moderno e “metropolitano”, ispirato al caos frenetico, ma controllato e organizzato, che si respira in città come Tokyo e Osaka.

    In ogni singolo brano si possono ritracciare codici, linguaggi e metalinguaggi, illusioni ritmiche e strutture armoniche mai del tutto svelate. Shōjin, la ricerca costante di un equilibrio interiore, passa sempre attraverso il superamento delle complessità che ci circondano.

     

    Nato a Ferrara e udinese d’adozione, Luca Dell’Anna si è formato nella scena jazz sperimentale e avant-garde (improvvisatore Involontario, El Gallo Rojo), affiancando esperienze legate anche alla fusion e alla musica sudamericana.

    Un percorso che lo ha portato a vivere in diverse città e paesi, tra cui il Giappone, dove nel 2012 nasce l’idea di Shōjin in occasione di uno spettacolo a Nagoya. Qui incontra per la prima volta il sassofonista Ryoma Mano, ritrovato poi nel 2022 al Blue Note di Tokyo: un nuovo incontro che, unito a una visione comune della musica e del suo linguaggio, ha dato origine al progetto che oggi prende forma nell’album.

     

     

     

    FORMAZIONE CD

    Luca dell’Anna, piano

    Alessandro Fedrigo, basso elettrico

    Luca Colussi, batteria

    Ryoma Mano, sassofono

     

    FORMAZIONE TOUR

    Luca Dell’Anna, piano

    Alessandro Fedrigo, basso elettrico

    Luca Colussi, batteria

    Special guest Mauro Negri, clarinetto

     

    TRACKLIST

    01. Yin-Yang

    02. This Means That

    03. Sungaze

    04. Mall Stop

    05. Still Keepin’ It

    06. Warning: Vitals

    07. Crackling Hue

    08. Feather Pulse

    09. Then Tuesday It Is

     

    Date live – Shojin

    30 gennaio – Udine, Caucigh (trio)

    9 febbraio – Vicenza, Bar Borsa

    12 febbraio – Rovereto, Jazz Lab

    13 febbraio – Ferrara, Torrione

    20 febbraio – Cividale del Friuli, Arsenale

    24 febbraio – Biella, Jazz Club

    12 marzo – Pordenone, Naon (trio)

    26 marzo – Milano, Bonaventura

    17 aprile – Azzano Decimo, Showroom Biasin

    10 ottobre – Piacenza, Milestone

     

    Artesuono ART249

    Prodotto da Stefano Amerio

    Registrato, mixato e masterizzato da Stefano Amerio 12,13,14 giugno 2025.

    Artesuono recording studios  – Cavalicco (Udine) – Italy

    Luca Dell’Anna suona Fazioli F278 MK II

    Luca Colussi suona Politti drums

    Il basso di Alessandro Fedrigo è realizzato a mano da Marco d’Andrea – Shangrilab guitars

    Grafica e copertina di Elisa Caldana

    www.lucadellanna.net

  • ELETTRICA Il 23 Gennaio vola ALI CORTE Il volo imperfetto dell’antieroe

    Uscirà venerdì 23 gennaio il nuovo singolo de gli Elettrica “ Ali corte ”. Si tratta di un pezzo indie rock capace di attraversare i propri limiti, nonostante la misura corta dei mezzi. “ Ali corte” è una tappa mentale: essenziale, inquieta e necessaria. Quel momento in cui prima di saltare si conta: 1, 2, 3, 4 — per prendere coraggio.  In un mondo dominato dall’idea di crescita continua, Elettrica ne immagina uno tutto sbagliato e anti-spettacolare: tra errori, tentativi, inciampi e ostinazione. Le loro storie mostrano un mondo di emozioni analogiche: un walkman e un quotidiano, in cui la protagonista non è la crescita, ma l’incapacità e il tentativo ostinato. “Ali corte” è quella canzone inadatta al primo posto di una classifica, ma scritta per restare nell’angolo inconscio di una playlist personale.
     

    ELETTRICA BIOGRAFIA

  • Musiche di Carter, Barber, Schuller e Agay con l’Ensemble Garbarino  sabato 31 gennaio alla Camera del Lavoro di Milano


    L’organico fondato da Giuseppe Garbarino rende omaggio ai grandi compositori americani in occasione del nuovo appuntamento dell’Atelier Musicale, la rassegna organizzata dall’associazione culturale Secondo Maggio  

    MILANO – Offre uno sguardo al mondo musicale statunitense attraverso un programma interamente dedicato al classico quintetto di fiati, un organico che tende a riprodurre in piccolo le caratteristiche di una media orchestra, il nuovo appuntamento dell’Atelier Musicale, la rassegna organizzata dall’associazione culturale Secondo Maggio alla Camera del Lavoro di Milano, dove sabato 31 gennaio sarà di scena l’Ensemble Garbarino (inizio live ore 17.30, ingresso 10 euro con tessera associativa).
    Il repertorio scelto prevede autori che spaziano in diversi ambiti poetici, a cominciare dal mondo lineare e tonale di Samuel Barber (celeberrimo per il suo Adagio per archi, composizione amatissima dal pubblico), di cui viene presentata l’unica composizione da camera dell’autore (Summer Music) scritta per un gruppo di fiati e diventata un punto fermo della musica per questo organico. Da Barber, il “romantico” del Novecento, al grandissimo Elliott Carter, che si muoveva nell’ambito del polimodalismo e che fu un  maestro assoluto del ritmo (è suo il concetto di  modulazione metrica), del quale viene eseguita una pagina straordinaria (Woodwind Quintet), ricca di colore e quasi umoristica. Gunther Schuller, famoso anche (o soprattutto) come musicologo e artista di ambito jazz, è stato in realtà un autore trasversale, tipicamente americano nel suo mescolare umori e procedure eterogenee, come dimostra ampiamente il brano (Suite) per quintetto di fiati inserito nel concerto. Denes Agay, ungherese di nascita ma trasferitosi negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo, è stato un autore poliedrico, attivo anche nell’ambito della popular music, del cinema e della didattica musicale: la scelta di Five Easy Dances dimostra proprio il suo interesse per le forme di musica per la danza. Infine, c’è un brano giovanile (Jolly Wind) di Giuseppe Garbarino, composto inizialmente per quartetto di fiati, ma rivisto nel 2024, e dedicato  a Edgar Allan Poe, che presenta, in maniera molto “americana”, differenti suggestioni sonore, anche jazzistiche.
    A eseguire il repertorio è proprio l’Ensemble Garbarino da lui fondato nel 1972 (qui ovviamente in versione di quintetto per fiati), il primo ensemble multicomponibile  stabile costituito in Italia e precedente anche all’Ensemble Intercontemporain di Boulez. Lo scopo della sua fondazione risiedeva nella necessità di divulgare composizioni del Novecento per piccolo complesso, allora quasi sconosciute. Per il gruppo hanno poi scritto autori del calibro di Petrassi, Donatoni, Sciarrino, Nono e molti altri, mentre i musicisti oggi sul palco (Gianni Biocotino, flauto; Silvano Scanziani, oboe; Nicola Zuccalà, clarinetto; Brunello Gorla, corno; Annamaria Barbaglia, fagotto), diventati nel tempo interpreti di alto livello, sono tra coloro che diedero vita a questa avventura voluta da un grande clarinettista, compositore e direttore qual è Giuseppe Garbarino.

    Atelier Musicale – XXXI edizione
    Sabato 31 gennaio 2026, ore 17.30
    Ensemble Garbarino – Tribute to American composers
    Gianni Biocotino (flauto), Silvano Scanziani (oboe), Nicola Zuccalà (clarinetto), Brunello Gorla (corno), Annamaria Barbaglia (fagotto).
     
    Programma:
    D.  Agay: Five Easy Dances (Polka/Tango/Bolero/Waltz/Rumba);
    G. Garbarino: Jolly Wind, omaggio a Edgar Allan Poe (Moderato/Calmo/Allegro) – Prima esecuzione pubblica;
    S. Barber: Summer Music;
    G. Schuller: Suite;
    E. Carter: Woodwind Quintet (Allegretto /Allegro giocoso).

    Introduce Maurizio Franco.

    Dove: Auditorium Di Vittorio della Camera del Lavoro, corso di Porta Vittoria 43, 20122 Milano.
    Inizio concerti: ore 17.30.
    Ingresso: 10 euro con tessera ordinaria (5 euro) o di sostegno (10 euro).
    Per informazioni: 3483591215; email: secondomaggio@alice.iteury@iol.it
    Direzione e coordinamento artistico: Giuseppe Garbarino e Maurizio Franco.
    Organizzazione: associazione culturale Secondo Maggio.
    Presidente: Gianni Bombaci; vicepresidente: Enrico Intra.
  • “Trattieni il respiro” il nuovo singolo di AvA che anticipa l’uscita dell’album “Fammi fallire”

    Dal 23 gennaio 2025 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e rotazione radiofonica “Trattieni il respiro”, il nuovo singolo di AvA che anticipa l’uscita dell’album “Fammi fallire” disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 30 gennaio.

     

    Trattieni il respiro” è un brano che scaturisce da una relazione ciclica, capace di riaffiorare anche dopo la sua fine. Esplora i legami tossici, la dipendenza affettiva e quella persistente sensazione di apnea tipica dei rapporti disfunzionali: un restare immobili, trattenendo il fiato, con la vana speranza che il peggio passi.

    Il pezzo descrive una quotidianità densa di piccoli gesti e grandi tensioni: parcheggi vuoti, semafori rossi e conflitti che si reiterano identici. Svestito di romanticismo o nostalgia, il racconto mette a nudo l’usura emotiva di chi avverte la necessità di fuggire, eppure continua a tornare. Il ritornello irrompe senza mediazioni; è un taglio netto, volutamente brutale. Rappresenta l’istante in cui si smette di cercare spiegazioni e si ricorre all’unico linguaggio rimasto quando ogni altro tentativo è fallito: una frase secca, pronunciata per difendersi anziché per ferire.

    Sotto il profilo sonoro, il singolo spazia tra urban pop ed elettronica, con una produzione essenziale. Se le strofe appaiono trattenute e quasi sussurrate, il ritornello esplode senza mai risultare pienamente liberatorio. La tensione permane, simile all’aria compressa nei polmoni, sorretta da una voce che non cerca l’effetto, ma resta coerente con il limite del racconto. È una fotografia onesta di quei momenti in cui i corpi reagiscono prima della ragione, una presa di coscienza adulta e priva di filtri.

    Commenta l’artista sul nuovo brano: “Trattieni il respiro è nato quando ho capito di essere rimasta troppo a lungo dentro qualcosa che non funzionava più. L’ho scritto di getto per fissare quella sensazione di apnea che provi quando sai di dovertene andare e invece resti. In studio ho voluto che il brano rimanesse teso e irrisolto, come quelle storie che non hanno mai una vera chiusura. Il ritornello è nato senza filtri: una frase di difesa, perché a volte è l’unico modo per non tornare indietro. Questo pezzo non spiega i sentimenti, li fotografa. Non cerca consolazione, ma verità, anche quando fa male.”

    Guarda il lyric video: https://youtu.be/NN9fVrjMoXE

     

    Con il nuovo album “Fammi Fallire”, AvA si conferma una voce fuori dal coro nel panorama urban ed alt-pop italiano. Il disco è un’indagine senza filtri sull’apnea emotiva, un’analisi cruda di quei legami ciclici che si consumano senza mai spezzarsi definitivamente. Rinunciando a ogni retorica rassicurante, l’artista sceglie di raccontare il dolore nella sua forma più nuda e autentica.

    La scrittura di AvA abbandona le astrazioni per ancorarsi a una quotidianità fatta di dettagli minimi ma carichi di tensione: un parcheggio vuoto, un bacio rubato o l’eco di un litigio infinito. In questi frammenti si consuma il dramma della dipendenza affettiva e dei rapporti tossici. Il disco diventa così un manifesto di ribellione silenziosa che rivendica tre diritti fondamentali: la lentezza per ritrovarsi, la disperazione vissuta senza vergogna e, soprattutto, il fallimento come tappa necessaria per la crescita personale.

    Sotto il profilo sonoro, le produzioni elettroniche giocano su contrasti dinamici: strofe sussurrate sfociano in ritornelli diretti e a tratti brutali che, tuttavia, non offrono mai una vera liberazione catartica, mantenendo l’ascoltatore in uno stato di tensione sospesa. La voce di AvA non cerca l’effetto, ma resta ferma sul limite della narrazione, usando il linguaggio come scudo e mai come mera provocazione.

    “Fammi Fallire” è un lavoro organico e maturo che evita le logiche effimere delle mode attuali. Non promette redenzione, ma offre qualcosa di più prezioso: il riconoscimento della propria vulnerabilità. È un invito a smettere di nascondere le proprie crepe e a imparare, finalmente, ad abitarle.

    Spiega l’artista sul nuovo album: “Fammi Fallire è un disco scritto senza l’idea di dover funzionare. È nato da dinamiche ripetitive che non si chiudevano, da ritorni continui e da una stanchezza emotiva che non trovava sfogo. Scriverlo è stato il modo più semplice che ho trovato per restare dentro quello che stava succedendo, senza addolcirlo e senza cercare risposte. Questo album parla di legami tossici, di dipendenza emotiva e di cicli che si ripetono anche quando sai benissimo dove portano. Non c’è romanticismo, non c’è redenzione. Ci sono gesti quotidiani, parole dette male o troppo tardi, silenzi che pesano più delle discussioni: tutto quello che resta quando smetti di giustificarti. Ho scritto queste canzoni trattenendo il respiro, spesso più per difesa che per paura. In studio non ho cercato di rendere le cose più belle o più accettabili; volevo che restassero tese, irrisolte, come certe relazioni che non finiscono mai davvero. Anche quando i ritornelli esplodono, non lo fanno per liberare, ma per dire basta, almeno per un attimo. Quando l’ho ascoltato per intero, mi sono accorta di aver toccato principalmente tre macro rivendicazioni: il diritto alla lentezza/leggerezza, il diritto alla disperazione e il diritto al fallimento. Sono tutti argomenti tabù in un momento in cui tutto sembra viaggiare alla velocità della luce e siamo sottoposti a pressioni sociali insostenibili. Dobbiamo essere sempre al top, sempre performanti, fare “numeri da urlo”, essere infallibili: in pratica, disumani. Con questo album io canto la mia dissociazione da questa dinamica pericolosa e tossica, soprattutto per l’arte che, in questo modo, viene ridotta a strumento di consumo e intrattenimento ‘mordi e fuggi’, rinunciando alla sacralità della poesia.  Non volevo un disco rassicurante, ma un disco onesto; uno che non spiegasse troppo, che non desse soluzioni e che lasciasse le cose così come sono. Fammi Fallire non è una richiesta di aiuto né una provocazione. È la presa d’atto che a volte fallire è l’unico modo per smettere di ripetere sempre la stessa storia. Questo disco non nasce per consolare, ma per riconoscersi. Se servirà a qualcuno per sentirsi meno solo dentro certi passaggi, allora avrà già fatto il suo lavoro.”

    TRACK-LIST:

    1. Formentera
    2. Requiem
    3. Fammi Fallire
    4. Trattieni Il Respiro
    5. Per Aspera Ad Astra
    6. Josè
    7. La Fine Dell’Estate
    8. Scegli Me
    9. Vida Lenta Vida Loca

    Biografia

    Di AvA si è detto di tutto. Che è una predatrice come il suo avatar (lo squalo bianco), che è stata troppo giovane per sfondare e che ora è “troppo grande” per avere un posto nella discografia italiana. Si dice che sia una delle poche in Italia in grado di scrivere, produrre, dirigere videoclip e immaginare un universo narrativo ed estetico coerente e autentico, ma che, nonostante questo, continui a sfuggire alle definizioni più classiche.

    Lo conferma con il suo nuovo album, in arrivo a cinque anni di distanza da “Lo Squalo”, il suo primo disco solista pubblicato dopo dodici anni come frontwoman della band all-female Calypso Chaos. In questo nuovo lavoro, AvA cambia di nuovo le carte in tavola, regalandoci un progetto più maturo e introspettivo, scritto senza pensare al “dopo” e capace di usare un’ironia pungente per trattare argomenti scomodi.

    È difficile definirla in una sola parola o in un solo genere. La sua musica rappresenta l’eterogeneità degli ascolti che ama. Figlia degli anni ’80, ha goduto del pop degli anni d’oro e collezionato dischi di icone della musica cantautorale internazionale. Ha passato notti ad ascoltare i vinili di Tori Amos, Björk, Kate Bush, Mina e Lucio Dalla, per poi ritrovarsi nei ritmi di Rosalía, nei temi di Lady Gaga e nell’eleganza di Lana Del Rey e Amy Winehouse. L’amore per la Callas l’ha portata a studiare musica classica per oltre un decennio, mentre deve ai Queen l’imprinting per iniziare il suo percorso individuale, iniziato quando era appena un’adolescente. Da quel momento non si è mai fermata, producendo la propria musica in autonomia e studiando produzione e armonia.

    Nei primi anni 2000 ha fondato le Calypso Chaos, esibendosi fino al 2017 in centinaia di live in Italia e all’estero, calcando palchi prestigiosi come l’Auditorium Parco della Musica di Roma e aprendo l’unica data italiana del tour di Peaches.

    Dalle ceneri di quel progetto è nata AvA. Dal 2019, nel suo percorso solista, ha prodotto in totale autonomia “Lo Squalo”, trascinato da tracce come Shazam, Adesso il Capo sono io e Donna Alpha. Un disco aggressivo e diretto che ha introdotto in Italia il genere moombahton, totalizzando quasi mezzo milione di streaming senza etichetta né sponsor, nonostante le difficoltà della pandemia.

    AvA sceglie l’onestà fino in fondo, anche quando è scomoda. Non offre soluzioni o pillole magiche; parla alle persone comuni perché è, e resta, una di loro. Racconta le storie di chi combatte per uno spicchio di felicità, di chi rimane incastrato in dinamiche tossiche o in rancori che finalmente trovano il coraggio di esprimersi senza filtri.

    La cura dell’estetica, intesa come estensione della musica e coerenza stilistica, rende i suoi videoclip (firmati dal pluripremiato regista Adriano Giotti e dal direttore della fotografia Giuseppe Pignone) produzioni di alta qualità e fortemente riconoscibili, disponibili sul suo Canale YouTube https://www.youtube.com/@ava_official7923.

    Con un target che va dai 24 ai 45 anni e una fanbase equamente divisa tra uomini e donne, AvA non rincorre le mode. Ha uno stile di scrittura unico e una voce che molti hanno definito “figlia della Bertè”. Non fa musica affinché “funzioni”, ma perché arrivi e rimanga. Questo la colloca fuori dalle dinamiche discografiche attuali, rendendola un’indipendente per eccellenza: una scelta consapevole con tutto ciò che essa implica.

    AvA racconta la sua verità e non cerca il consenso unanime. L’unica cosa che conta è mantenere un approccio intellettuale onesto nei confronti della musica. Il suo sogno? Mantenere il coraggio di restare fedele a se stessa fino alla fine, per poter dire un giorno: “Sono stata me stessa nonostante tutto. Nonostante lo schifo, non mi avete fatto niente e la mia musica lo racconterà per sempre”.

    “Fammi fallire” è il nuovo album di AvA disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 30 gennaio 2026 e anticipato in radio e in digitale dal singolo “Trattieni il respiro” il 23 gennaio.

     

     

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  • “In apnea” è il nuovo singolo di Annachiara Cecere

    Dal 23 gennaio 2026 sarà disponibile sulle piattaforme di streaming digitale e in rotazione radiofonica “In apnea”, il nuovo singolo di Annachiara Cecere.

    “In apnea” è un brano pop-dance caratterizzato da basso, batteria, synth e chitarre volti a richiamare la protagonista della canzone. Il testo racconta una storia d’amore tormentata che tiene la protagonista appesa a un filo: un legame che la fa sentire viva e l’aiuta a sconfiggere la timidezza che l’accompagna da sempre.

    Il brano nasce dalla collaborazione tra Annachiara Cecere e i produttori Francesco Landi e Giovanni Caffagni: insieme hanno scelto di uscire dagli schemi della classica ballad per proporre qualcosa di più sperimentale.

    Commenta l’artista a proposito del brano: “Ho sempre vissuto delle cose molto brevi ma intense nella mia vita, al punto tale di scappare da esse per la mia timidezza ed insicurezza! Forse non so se possa esistere una persona giusta per me, ma in un secolo dove va tutto così veloce,vorrei rallentare e godermi le cose senza provare una sensazione di malinconia costante. Non parlo solo di relazioni, ma di qualsiasi cosa ci renda umani e liberi.”

    Il videoclip di “In apnea” vede Annachiara ripresa da diverse angolazioni, studiate per sottolineare l’intensità del brano e il racconto di una storia che la tiene appesa a un filo, rendendola però profondamente viva. Girato presso i Take Away Studios da Tommaso Barbolini, il video nasce da una visione condivisa con la cantautrice: i due hanno scelto di giocare sul concetto di ‘vedo-non vedo’ attraverso l’uso di un velo, un richiamo estetico che omaggia la ricercatezza delle sculture classiche.

    Guarda il videoclip su YouTube: https://youtu.be/OxPgxtsfPjo

    Biografia

    La giovane cantautrice salernitana Annachiara Cecere, nata nel 1997, ha iniziato a studiare canto e scrittura all’età di 20 anni. Dopo tre anni di formazione, ha intrapreso la pubblicazione dei suoi brani, tra cui “Una luna blu” e “Stasera non ti giudico”, che hanno ottenuto un grande successo sui social, superando il milione di visualizzazioni su YouTube e 1,5 milioni su TikTok.

    Tra il 2023 e il 2024 ha proseguito il suo percorso da indipendente, dedicando un anno allo studio della composizione e del pianoforte per curare personalmente le melodie dei suoi pezzi. Nel 2025 ha iniziato la collaborazione con lo studio di produzione musicale Take Away Studios, che le ha permesso di definire il suo sound e ampliare il proprio pubblico con singoli come “Ti stupirò” e “Preferirei”.

    A giugno dello stesso anno ha pubblicato “La mia normalità”, un brano pop-dance che ha ottenuto ottimi riscontri, seguito a settembre 2025 da “Il mio presente”. Attraverso la sua musica, Annachiara spera di raccontare l’universalità delle esperienze umane, per far sì che chi ascolta possa sentirsi meno solo.

    “In apnea” è il nuovo singolo di Annachiara Cecere disponibile sulle piattaforme digitali di streaming in rotazione radiofonica dal 23 gennaio 2026.

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  • JABONI pubblica “BLU” Il nuovo singolo e videoclip fuori il 16 gennaio 2026

    Dal 16 gennaio 2026 è disponibile su tutte le piattaforme “BLU”, il nuovo singolo di Jaboni prodotto da Giorgio Lorito per Gil Produzioni. Il brano, accompagnato dal videoclip ufficiale, attraversa ciò che resta dopo una storia d’amore: memoria che scalda e punge, il tentativo di dimenticare mentre tutto continua a tornare.

    “BLU” racconta un amore che non c’è più, ma che continua a vivere nei ricordi. È la storia di chi tenta di dimenticare, ma scopre che certi ricordi non possono, e forse non devono, svanire. Perché sono proprio quei ricordi, anche i più dolorosi, a dare forma alla nostra storia e a renderci ciò che siamo oggi. Ci si perde a ripensare agli errori, a ciò che è stato dato per scontato, a ciò che si è perso lungo il cammino, ma alla fine si comprende che ogni percorso ha avuto un valore, per il fatto stesso di essere stato vissuto.

    Il blu diventa il mare interiore dell’artista: profondo, freddo, carico di nostalgia. Jaboni ci nuota dentro cercando di restare a galla, mentre il dolore, che resta silenzioso, arriva dritto al cuore.

    Il videoclip, per la regia di Daniele Tofani, adotta un piano-sequenza: Jaboni in cammino, la camera lo accompagna a distanza costante. La narrazione è nel passo; il ritmo del brano guida respiro e traiettoria, con la città a fare da fondale. Un movimento continuo che apre spazio e misura la distanza.

    Con “BLU”, Jaboni continua il percorso inaugurato con i brani in italiano dopo una prima fase di singoli pubblicati in inglese: una scrittura che guarda ai gesti minimi e li porta al centro, senza cornici superflue. La canzone non chiude la ferita, la mette a fuoco e, nel farlo, apre una via d’uscita: respirare, nuotare, tornare a casa anche quando casa non è più la stessa.

  • “Lamù o Sampei?”: il viaggio amarcord di una generazione cresciuta scegliendo

    C’è stato un tempo in cui scegliere significava prendere posizione, anche da bambini. Non perché mancassero le alternative, ma perché ogni scelta aveva conseguenze. Prima di Facebook, prima dello streaming, prima dello scroll continuo, prima che tutto fosse disponibile subito, scegliere faceva parte della quotidianità.

    È la storia di una generazione cresciuta senza gli algoritmi, quando il tempo non era ancora scandito – e spezzato – dalle notifiche dei social e l’immaginario non passava da uno schermo personale, ma da un salotto, da una VHS consumata, da una scelta fatta insieme. Ed è da lì che il cantautore torinese Gianpaolo Pace guarda il presente: da una grammatica elementare dell’infanzia che oggi sembra lontana, ma continua a orientare quei figli diventati padri e madri, usando il passato non come abito nostalgico, ma come termine di confronto.

    Lamù o Sampei?”, il suo nuovo singolo per Pako Music Records, nasce in quello spazio di passaggio tra analogico e digitale, tra maturità e disincanto, tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati senza nemmeno accorgersene.

    Nel testo del brano il passato non viene mai idealizzato. Appare così com’era: frammentato, disordinato, a volte persino ingenuo. I floppy disk convivono con la Panda, il Costanzo Show con la “Lambada”, la morte di Vialli con i sogni di ricchezza visti in Blow. Non c’è compiacimento, ma una sequenza di immagini che chi ha vissuto quegli anni riconosce al primo sguardo, senza bisogno di spiegazioni.

    È il racconto di un’età in cui si cresceva “Tra palco e realtà”, con la sensazione costante di essere in mezzo: tra quello che si desiderava e quello che sembrava possibile, tra promesse fatte con il mignolo e progetti lasciati a metà. Le sigarette fumate di nascosto, le cassette mangiate dallo stereo, le notti davanti a una VHS che non stancava mai non sono descritti come simboli, ma per quello che erano davvero: semplicemente, punti fermi.

    Oggi, guardandosi intorno, quel tipo di certezze proprio delle cose piccole, delle abitudini, di un’idea di futuro che non aveva bisogno di essere continuamente ridefinita, sembra più difficile da riconoscere, come se fosse appannaggio di un tempo lontano, perduto. E questo non perché manchino le possibilità, ma perché è cambiato il modo di stare nel tempo e nelle scelte.

    Nel testo di “Lamù o Sampei?” torna più volte una parola che dice molto più di quanto sembri: sopravvissuti. Sopravvissuti ai floppy disk, a Netlog, a un immaginario televisivo e musicale che non prometteva ricchezze o salvezze, ma offriva comunque appigli: immagini, rituali, orizzonti semplici dentro cui crescere. Non c’era la garanzia di arrivare lontano, di “fare successo”, di “diventare i migliori”, ma c’era l’idea che si potesse arrivare da qualche parte avendo un sogno in tasca, qualcosa in cui credere abbastanza da provarci.  Ed è forse questa differenza, oggi, ad essere più evidente.

    La promessa di futuro vista dall’infanzia è uno dei punti centrali del brano e prende forma in frasi come «Comunque massimo a trenta io mi sposo, lo sai? Perché altrimenti un figlio non lo farò mai» e «io alla tua età». Frasi che oggi possono suonare obsolete, perfino prescrittive, ma che raccontano perfettamente un’epoca in cui il domani era pensabile perché non chiedeva di essere eccezionali e aveva contorni riconoscibili, una forma sufficientemente chiara da poterci stare dentro.

    In quelle promesse non c’era un modello da imitare, né un’idea unica di riuscita. C’era piuttosto il desiderio di una stabilità accessibile che non passava dal successo, fatta di quotidianità e continuità. Non un sogno spettacolare, ma un futuro che non domandava di dimostrare il proprio valore a ogni passo. È qui che il brano mette a fuoco il presente: un tempo che ha moltiplicato le possibilità, chiedendo però, in cambio, una costante ridefinizione di sé; un’infanzia che immaginava il domani come un luogo abitabile, contro un presente che ha moltiplicato le opzioni e assottigliato il senso delle scelte.

    La generazione cantata da Pace non viene descritta come privilegiata né come sconfitta, ma come quella che è passata attraverso i cambiamenti senza istruzioni, adattandosi a un mondo che mutava mentre lo si stava ancora imparando. “Sopravvivere”, per l’artista, non equivale a resistere al tempo che passa, ma al restare riconoscibili dentro il cambiamento. È il filo che tiene insieme l’infanzia analogica e l’età adulta digitale, il motivo per cui il passato non viene idealizzato e il futuro non viene mitizzato. E da questa condizione — non nostalgica, ma vigile —, nasce il bisogno di tornare a interrogarsi su cosa significhi scegliere.

    Quando l’artista canta dei Tamagotchi “uccisi”, delle modifiche alla Play, non sta facendo un’operazione di recupero pop. Sta mostrando il momento specifico in cui il gioco smette di essere solo gioco e diventa allenamento all’attesa, al limite, al “no”. Anche la «la noia costante» viene raccontata esattamente per quello che è: non un nemico da eliminare, ma una condizione da attraversare.

    E allora la domanda finale non riguarda più solo l’infanzia. «Scegli: Lamù o Sampei?» diventa un quesito rivolto agli adulti di oggi, a chi si muove in un tempo che chiede velocità ma non direzione. Non per tornare indietro, ma per capire se siamo ancora capaci di scegliere qualcosa — una cosa sola — e restarci dentro. Perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa, e assumersi la responsabilità di quella rinuncia. E ricordare, qui, non serve a tornare indietro. Serve a capire che tipo di adulti siamo diventati.

  • “Grazie” è il nuovo singolo di Clara Moroni

    Dal 23 gennaio 2026 sarà in rotazione radiofonica “Grazie”, il nuovo singolo di Clara Moroni disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 22 gennaio.

     

     

    “GRAZIE” è un brano che parla di un amore idilliaco, un incontro unico con una persona capace di dare amore incondizionato, comprensione e complicità. Nei ritornelli, però, inizia a insinuarsi un malessere esistenziale e mentale che arriva a farsi quasi fisico: una parentesi di improvviso dolore che esplode nella presa di coscienza che questa persona, e questo amore perfetto, in realtà non sono mai esistiti.

    Commenta l’artista a proposito del nuovo singolo: “GRAZIE non è stato il primo brano che ho composto per questo album. L’idea mi è venuta mentre guardavo un docufilm su Sinead O’Connor, la cui sigla finale era un brano in cui lei ringraziava per le cose belle o brutte che aveva vissuto. Avevo creato una base molto potente, ma non trovavo la melodia giusta o un concetto che mi portasse a crearne una all’altezza della musica. È stata un’illuminazione: il concetto di dire “grazie” mi ha emozionato e ho composto la melodia e il testo di getto.”

     

     

    Biografia

    Clara Moroni, milanese, inizia da ragazzina a cantare, suonare la batteria e scrivere musica nell’ambito del punk milanese con il suo gruppo: The Kubrick. A 15 anni si trasferisce a Londra per coronare il suo sogno punk e conoscere nuove realtà musicali. Si avvicina al mondo dell’elettronica e inizia a suonare le tastiere e programmare con il computer.

    Tornata in Italia, inizia a lavorare come vocalist con grandi produttori e artisti come Mauro Pagani, Jovanotti, Franco Godi, Stadio e Alberto Fortis. Proprio durante le registrazioni delle voci dell’album di Alberto Fortis, “Carta del cielo”, conosce il produttore Guido Elmi (già storico produttore di Vasco Rossi). Da questo incontro nasce il progetto “Clara & The Black Cars”, con il quale vengono prodotti due album: “Chi ha paura di chi” (EMI) e “Spiriti” (EMI).

    Dal lavoro in studio con Elmi nasce anche l’invito a partecipare agli arrangiamenti vocali dell’album di Vasco Rossi, “Gli spari sopra” (1993, EMI); da lì inizia la collaborazione in studio e live che continuerà fino al Modena Park del 2017. Nel 1996 si trasferisce a San Francisco e inizia a lavorare in vari studi di registrazione collaborando con Luis Biancaniello, produttore di brani per Whitney Houston e Anastacia.

    Tornata in Italia nel 2001, inizia a lavorare a un suo disco completamente in inglese: “Ten Worlds” (DMI/Self), prodotto insieme a Frank Nemola con un recording team d’eccellenza: Stef Burns alle chitarre, Claudio Golinelli al basso e Adriano Molinari (Zucchero) alla batteria. Nel 2010 esce l’album “Bambina Brava” (DMI/EMI), con un sound graffiante creato grazie al lavoro di un’équipe di talenti italiani (Andrea Ge, Angelo Perini, Max Barbieri, Alex Guadagnoli). In questo album è incluso il brano “1000 notti” feat. Don Joe dei Club Dogo, antesignano di tutte le collaborazioni tra rapper e artisti rock italiani.

    Nel 2012 pubblica l’EP “Sono quello che sono – Part 1” (DMI/EMI), dove il chitarrista Luigi Schiavone (Enrico Ruggeri) collabora alla scrittura di due brani. Nel 2018 inizia il sodalizio con il manager e discografico Elia Faustini e, con l’album “Unica” (DMI/Self), apre i concerti di Vasco Rossi. Dopo 22 anni di collaborazione tra i due artisti, Clara decide di staccarsi per proseguire a tempo pieno la propria carriera solista.

    Dopo la pausa forzata dal Covid, la creatività riesplode con la voglia di realizzare un nuovo album di cui è autrice di musica e testi. La affianca il pluripremiato produttore Fabrizio Simoncioni (Litfiba, Ligabue, Negrita, Carmen Consoli, Gianna Nannini), con cui trova un’intesa e un’affinità immediata. Dopo quasi due anni di lavoro intensi e appaganti, che vedono coinvolti anche il chitarrista Giacomo Castellano, il bassista Dado Neri (Litfiba) e, in un brano, il batterista Eugenio Mori, esce a gennaio il primo singolo: “GRAZIE”, disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 22 gennaio 2026 e in rotazione radiofonica dal 23 gennaio.

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  • “Mai abbastanza” è il nuovo singolo di Matoh

    Da venerdì 23 gennaio 2026 sarà in rotazione radiofonica “Mai abbastanza” (TRP Vibes / Track Records Productions) il nuovo singolo di MATOH, già disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale dal 16 gennaio.

     

    “Mai abbastanza” è un brano che scava nel rapporto più difficile: quello con sé stessi. Una canzone che non cerca assoluzioni, ma verità, e che racconta la sensazione di essere costantemente fuori misura, di non riuscire mai a sentirsi all’altezza nemmeno quando gli altri riconoscono un valore. È una confessione senza filtri sull’autosabotaggio, sulla paura di provarci davvero e sull’idea che il fallimento non sia un evento, ma una condizione interiore.

     

    Spiega il cantautore a proposito del brano: “Mai Abbastanza nasce da una domanda che mi porto dietro da anni: perché anche quando le cose sembrano andare bene, io continuo a sentirmi sbagliato? È una canzone sull’autosvalutazione, sul non sentirsi mai all’altezza, nemmeno dei propri sogni. Non è un brano di denuncia verso il mondo, ma verso me stesso. È una canzone scritta da solo, per chi si sente solo, anche in mezzo agli altri”.

     

    Ascolta ora il brano “Mai abbastanza”

    https://found.ee/rP0Juv

     

    Il videoclip di “Mai abbastanza”, per la regia di Gianluca Scalia e la produzione video a cura di Kemedia, racconta un viaggio visivo intenso e simbolico. Protagonista è Matoh, che si muove nel vuoto spettrale di un teatro deserto, uno spazio sospeso in cui è costretto a confrontarsi con i propri demoni interiori.

    La tensione cresce fino allo strappo del sipario, quando il palco diventa l’unica verità possibile: quello della vita. Il senso di inadeguatezza prende forma nella moltiplicazione dei ruoli e nel tentativo di superare i propri limiti, per poi ritrovarsi ancora una volta soli davanti al giudizio, rappresentato dal pubblico in sala.

    Nel finale, la vulnerabilità iniziale si trasforma in energia: una risalita rabbiosa e consapevole verso la propria identità. “Mai abbastanza” è il manifesto di chi cade, si rialza e trova il coraggio di riprovarci ancora.

    Guarda il videoclip di “Mai abbastanza” su YouTube

    https://www.youtube.com/watch?v=33kWoE1_68M

     

     

    Biografia

    Matoh è un cantautore siciliano classe ’96. Scrive e compone fin da quando ha imparato a tenere una penna in mano. In modo pratico il suo progetto artistico prende forma da qualche anno, ma in realtà vive in lui da sempre, da quando la scrittura è diventata il suo modo per restare in equilibrio, per dire ciò che altrimenti resterebbe taciuto. Nel suo percorso musicale convivono molte anime: il pop italiano e internazionale, il rap e un’eterna passione per il rock e il punk. Questa fusione di influenze lo porta a creare un linguaggio autentico e diretto, capace di unire generi e generazioni.

    Suona da autodidatta pianoforte e chitarra, e da circa un anno studia canto, affinando sempre di più la propria espressività vocale. Dopo l’esordio con “HO CAPITO!” e la riconferma con “Oroboro”, ora sfoga tutto ciò che ha dentro con “Mai Abbastanza”, dove si racconta senza filtri, senza la paura di essere giudicato, e si spoglia della maschera di cantautore, per mostrarsi umano, fragile, vulnerabile come non mai.

    Oggi è seguito da un team di professionisti che lo accompagna nella produzione, nella promozione e nella cura dell’immagine, permettendogli di concentrarsi completamente su ciò che conta davvero: la musica e il messaggio che porta con sé. Matoh non scrive per un pubblico specifico, perché crede che la musica non debba avere confini: è per chi vuole sentirla, per chi ne ha bisogno. Nei suoi testi cerca di far percepire a chi ascolta la sensazione di essere capiti, compresi e mai soli. Per lui la musica rappresenta un atto di unione, non di distinzione. Ritiene che non sia fondamentale arrivare da qualche parte, ma semplicemente arrivare, che sia su un palco o alle orecchie delle persone giuste.

    “Mai abbastanza” è il nuovo singolo di Matoh disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 16 gennaio e in rotazione radiofonica da venerdì 23 gennaio.

     

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