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  • “Due come noi” è il nuovo singolo di Fabiola

    Da venerdì 3 aprile 2026 sarà in rotazione radiofonica “DUE COME NOI”, il nuovo singolo di FABIOLA disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 20 marzo.

     

     

    “Due come noi” è un brano dal sound dolce ma intenso che racconta la complicità tra due persone. Il fulcro del pezzo è la metafora delle “catene”, simbolo di paure, blocchi e fragilità individuali, che nella relazione si trasformano in “bonsai”, immagine di equilibrio e armonia. Attraverso la condivisione, il peso emotivo si alleggerisce e ciò che spaventa diventa qualcosa di più gestibile, fino a trasformarsi in una dimensione di cura reciproca.

    Spiega l’artista a proposito del brano: «“Due come noi” è un brano scritto da Massimo Torresin con cui ho già avuto la possibilità di collaborare, infatti ha scritto per me “Dirmi che mi ami”.  “Due come noi” mi è stato proposto e al primo ascolto mi ha conquistato, anche il testo mi ha colpito molto. È come se ci fosse un filo invisibile che lega “Due come noi” agli ultimi brani che ho pubblicato. Mi viene da associare questa canzone a delle scene di un film dall’atmosfera “Urban night”».

    Biografia

    Fabiola Falletta è una cantautrice pop appassionata di musica fin da piccola. È cresciuta ascoltando generi musicali diversi, dal pop, al rock, al soul. Tra le sue principali reference musicali ci sono le canzoni di Giorgia, Levante, Annalisa, Elisa, Whitney Houston, Celine Dion, Gloria Gaynor, Mina, Noemi, Joss Stone, Lady Gaga, Nina Zilli, Nek, Marco Mengoni, Biagio Antonacci, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè.  Fabiola ha iniziato a studiare canto moderno all’età di 15 anni con il docente Albert Hera e successivamente con Raffaella Buzzi. All’età di 26 anni ha iniziato con l’insegnante Denny Bertone il corso di chitarra, uno strumento che l’ha sempre affascinata, utile anche per poter comporre i propri brani e per potersi accompagnare mentre canta. L’artista ha da poco concluso un corso di Avviamento alla Professione come cantante alla Gypsy Musical Academy di Torino con gli insegnanti Greta Squillace e David Pippia. Nel 2016 Fabiola ha iniziato il corso di canto moderno con l’insegnante Lorenza Giusiano, corista e vocal coach della cantautrice Levante. Nel mese di ottobre l’artista ha iniziato un corso di teatro tenuto dall’attore Claudio Del Toro. Fabiola ha sempre avuto la passione per la scrittura e nel 2016 dopo uno stage di scrittura con Tony Bungaro, scrive il suo primo inedito “Effetto sorpresa”. Nel 2020 inizia a lavorare al suo attuale progetto artistico con la creazione di alcuni brani inediti nati da collaborazioni con altri cantautori e autori. In questi anni ha avuto la possibilità grazie ad un team di professionisti di sperimentare per i suoi brani vari generi (pop/rock, indie/pop), produzioni musicali e stili di scrittura diversi. Con la sua musica Fabiola desidera raggiungere e far emozionare la maggior parte del pubblico senza limiti di età e far immedesimare le persone nei brani, rendendo chi ascolta parte della storia raccontata. Per Fabiola, ogni brano rappresenta un viaggio che racconta di legami con persone e luoghi che lasciano il segno; l’obiettivo dell’artista è quello di far conoscere la propria musica e creare un legame con chi ascolta le sue canzoni.  Nel frattempo, l’artista porta avanti il progetto con il suo gruppo chiamato “New five” dal sound pop/rock.  Tra le canzoni di Fabiola da ascoltare su Spotify, ci sono “Ancora una volta”, “Dirmi che mi ami”, “io sulla luna”, “Stelle e brividi”, brani nati da diverse collaborazioni.

    “Due come noi” è il nuovo singolo di Fabiola disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale dal 20 marzo e in rotazione radiofonica da venerdì 3 aprile 2026.

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  • “Sorridi deficiente” è il nuovo singolo di Cristina Bringheli

    Dal 3 aprile 2026 sarà in rotazione radiofonica “Sorridi deficiente”, il nuovo singolo di Cristina Bringheli  estratto dall’omonimo ep disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 20 marzo.

    “Sorridi deficiente” è un brano che fonde sonorità synth-pop contemporanee con un’attitudine ironica e travolgente. La traccia esplora la leggerezza di un rapporto costruito sui contrasti, dove la complicità non ha bisogno di filtri e si esprime attraverso provocazioni e sorrisi disarmanti.

    Caratterizzato da un ritmo incalzante e un ritornello esplosivo che strizza l’occhio alla moderna italo-disco, il brano descrive un mix perfetto di follia e spensieratezza. Con questo lancio, Cristina Bringheli trasforma un insulto giocoso in una dichiarazione di libertà, raccontando una connessione magnetica capace di superare ogni formalismo.

    Spiega l’artista a proposito del nuovo singolo: “Sorridi deficiente rappresenta la luce e l’energia che bilanciano l’introspezione del mio EP. Dopo aver esplorato il silenzio e la malinconia in brani come Polvere o Sola, sentivo il bisogno di un pezzo che parlasse di liberazione. È nato in studio dalla voglia di trasformare la

    tensione in qualcosa di solare: ricordo che durante le registrazioni cercavo una voce che suonasse vera e spontanea, non necessariamente perfetta. Per me questo brano è un invito a non prendersi troppo sul serio e a usare il sorriso come una forma di resistenza, ritrovando quella spensieratezza che spesso è la nostra difesa migliore.”

    “Sorridi deficiente” è un ep che si configura come il racconto di una vera e propria metamorfosi, una bussola emotiva capace di attraversare il rumore e il silenzio per approdare a una nuova consapevolezza. Il percorso narrativo prende vita con l’energia di chi decide finalmente di esporsi, celebrando un amore per se stessi e per gli altri vissuto con un’intensità quasi prepotente. Questa spinta iniziale lascia poi il passo a una discesa tra i frammenti del passato, in una ricerca introspettiva volta a dare un senso a ciò che resta quando le luci si spengono.

    Nel cuore del disco inizia una transizione cromatica e ritmica, un tentativo di ritrovare luce e colore anche quando il quadro d’insieme appare ancora incompleto. È il preludio a un crollo necessario: un momento di solitudine assoluta e di devastante potenza emotiva, essenziale per toccare il fondo e trovare la forza per darsi la spinta definitiva. Il viaggio si conclude così nella liberazione del sorriso; non un semplice gesto di circostanza, ma la scelta consapevole di chi, dopo aver attraversato ogni tempesta, abbraccia la leggerezza come l’unica vera forma di libertà.

    Commenta l’artista sul nuovo progetto: “Questo EP rappresenta la mia metamorfosi, un viaggio che attraversa il rumore e il silenzio per arrivare a una nuova consapevolezza. Ho voluto costruire un percorso narrativo che parte dall’energia di chi decide di esporsi senza paracadute, passa per l’introspezione dei ricordi e attraversa una profonda scarica emotiva necessaria per toccare il fondo. Il traguardo finale è la liberazione: scegliere la spensieratezza come forma di resistenza. Ho deciso di chiudere il progetto con la traccia che gli dà il nome proprio perché, dopo aver affrontato la “polvere” e la solitudine, volevo lasciare un senso di leggerezza e libertà. La mia musica racconta chi sono oggi: un’artista che non crede nel destino, ma nella strada che scriviamo noi ogni giorno.”

    TRACK-LIST:

    Si Vogliono Forte

    Polvere

    Un Amore A Colori

    Sola

    Sorridi Deficiente

    Ascolta l’ep su Spotify: https://open.spotify.com/album/4KYV0KtWlVq2HlOddQtEcJ?si=feBw6n2BTQe4TVgSxYP0dg

    Biografia

    Cristina Bringheli, classe 2004, è una talentuosa cantautrice originaria di Messina. Il suo viaggio nel mondo della musica inizia precocemente, all’età di 7 anni, trasformando quella che era nata come un’attrazione ludica in una viscerale necessità espressiva e in un percorso professionale concreto.

    Determinata a fare della musica la propria strada, Cristina ha costruito negli anni un bagaglio di esperienze di rilievo, partecipando a prestigiose manifestazioni nazionali come il Tour Music Fest e il Cantagiro, dove si è distinta arrivando in finale per due edizioni consecutive. La sua formazione è frutto di uno studio costante e multidisciplinare: ha collaborato con maestri di rilievo e ha arricchito il suo profilo artistico attraverso stage con attori, scrittori e ballerini, acquisendo una visione dello spettacolo a 360 gradi.

    Nella sua evoluzione artistica, la passione per la musica si è fusa indissolubilmente con quella per la scrittura. Per Cristina, comporre significa tradurre la propria identità in messaggi autentici, mossa dalla convinzione che non esista un destino già scritto, ma una strada che ognuno ha il potere di tracciare e deviare a proprio piacimento.

    Il suo percorso l’ha portata recentemente a Sanremo, dove è stata ospite a Casa Sanremo e protagonista di diverse kermesse durante la settimana del Festival. Il suo singolo d’esordio, “Pagine” — che ha ricevuto il patrocinio del Comune di Messina — ha superato le 12.000 riproduzioni su Spotify, confermando l’interesse del pubblico per la sua proposta musicale. Tra i suoi successi recenti spicca inoltre la partecipazione come finalista italiana al concorso New York Canta a Faenza.

    Sempre attiva sul fronte della formazione e della performance, Cristina ha recentemente preso parte a una masterclass con la celebre vocal coach Lalla Francia a Novara, esibendosi davanti a grandi nomi della musica italiana. La sua presenza scenica l’ha portata ad aprire i concerti di artisti come Samurai Jay e i Collage, oltre a essere ospite in trasmissioni televisive come Tele90.

    “Sorridi deficiente” è il nuovo singolo di Cristina Bringheli in rotazione radiofonica dal 3 aprile 2026 estratto dall’omonimo ep disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 20 marzo.

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  • L’hard rock dei Crushed Fingers e il diritto alla dissipazione come antidoto alla paralisi generazionale

    La notte che brucia tra le luci al neon, il freddo del marciapiede che riporta il senso del tatto, il controllo che si sgretola per lasciare spazio a un brivido di vita. Un impatto contro il vetro smerigliato della routine che racconta la necessità fisiologica di evadere dal grigiore di giorni tutti uguali e dalla pressione mentale che questa monotonia comporta. “Vivo Adesso” (Daylite), il nuovo singolo dei Crushed Fingers è un muro di suono che frantuma l’asfissia del dover essere: il corpo dice basta e il cervello deve seguirlo.

    Un pezzo che non lascia spazio né all’apologia dello sballo né alla morale della redenzione, un’immersione a testa bassa in quella zona di decompressione dove il blackout resta l’unico strumento di negoziazione per non farsi mangiare vivi dalle aspettative. La band bergamasca sceglie di coprire il vuoto sordo e granulare di una provincia che esige performance costanti per poi restituire solo cenere, e lo fa in una cornice hard rock che guarda Oltreoceano ma si ancora saldamente a un disagio ben riconoscibile anche nel nostro Paese.

    Più che la semplice voglia di scomparire per qualche ora, “Vivo Adesso” mette infatti in musica un concetto che in ambito filosofico e culturale è stato definito depensamento, vale a dire una sospensione del pensiero razionale, conforme e produttivo, un allentamento volontario dei modelli imposti, della pressione a restare sempre presenti, efficienti, decifrabili. Non si tratta di una fuga nichilista, quanto piuttosto di una reazione fisiologica a un paesaggio sociale percepito come una sequenza ininterrotta di obblighi e grigiore.

    È una condizione che riguarda soprattutto i più giovani, esposti più di altri a una richiesta continua di prestazione, visibilità e reperibilità. I più recenti dati sul benessere psicologico dei 14-19enni, mostrano un tracollo dell’indice di salute mentale, a cui si aggiunge un confronto educativo e sociale in cui continua a imporsi il tema del sovraccarico digitale e della necessità di trovare forme reali, per quanto brutali, di disconnessione. È qui che il brano smette di raccontare una notte e comincia a parlare di chi, per tornare ad avvertire qualcosa, finisce per spingersi verso il limite («Voglio solo stare bene e faccio del mio peggio»).

    Per comprendere appieno l’accezione del pezzo, è necessario partire dalla sua genesi: “Vivo Adesso” nasce infatti il giorno dopo una serata vissuta fino allo sfinimento, quando la band ha deciso di trasformare quell’esperienza in materia espressiva. Il risultato è un lavoro che conserva il caos febbrile della notte e, insieme, ciò che affiora quando l’euforia si spegne: il vuoto, lo smarrimento, il crollo: «E crollo sull’asfalto ora che tutto è spento, riverso ogni sbaglio che ho commesso».

    Quello che rimane, quando si spengono le luci, è il peso di ciò che non si riesce a sostenere da sobri, da soli, da fermi. “Vivo Adesso” racconta una valvola di sfogo, certo, ma lascia emergere anche il contesto che la rende necessaria: una quotidianità percepita come ripetitiva, opaca, soffocante.

    «Colpa della mia città, è solo grigio e noia. Perdere lucidità mi fa tornare voglia» è forse il passaggio che definisce meglio l’orizzonte del brano. La città, più che luogo geografico, diventa uno stato d’animo; la perdita di controllo, un tentativo di riaccendere la sensibilità.

    «Abbiamo scritto questa canzone senza cercare alibi – dichiarano i Crushed Fingers -. Ci interessava fissare una sensazione, quella in cui sai che stai esagerando, ma senti anche che, per qualche ora, è l’unico modo che hai trovato per zittire tutto il resto. “Vivo Adesso” nasce da una notte vera e dal giorno dopo che si porta dietro. Non volevamo abbellire niente. Volevamo lasciare dentro il frastuono, la confusione, la stanchezza, perché è lì che spesso una generazione prova a capire se è ancora capace di sentire qualcosa.»

    La band, nata a Bergamo nel 2019, ha costruito il proprio profilo dentro l’underground lombardo attraverso un linguaggio che sintetizza energia e attitudine alternativa. Dopo il primo lavoro omonimo e i singoli “Dita Rotte” e “Scelte”, con questa nuova release conferma una direzione stilistica che non cerca di piacere a tutti i costi, ma la collisione con il reale.

    I Crushed Fingers portano in forma canzone una domanda che va ben oltre il lessico della notte: quanto deve diventare grigia la vita, perché l’eccesso cominci a sembrare l’unica via d’uscita?

  • “Alien Song” è il singolo d’esordio dei JaydeeQ

    Da venerdì 3 aprile 2026 sarà in rotazione radiofonica “Alien Song” (Overdub Recordings), il primo singolo dei JaydeeQ, già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 31 marzo.

    “Alien Song” è un brano dalle venature hard techno che sostengono una voce dolce e rassicurante come la ninna nanna delle streghe, il pezzo gioca su un equilibrio evocativo tra tensione e intimità.

    Spiega la band a proposito del brano: «“Alien Song” è forse il brano più paradigmatico dell’album. Abbiamo voluto giocare con l’elettronica, lasciando che gli arpeggiatori dominassero la scena, ma con l’intento preciso di creare un abbraccio con le linee melodiche. Il risultato è un contrasto particolare, quasi una ninna nanna, che culla l’ascoltatore. L’apporto compositivo di PiratK è stato fondamentale, si può serenamente dire che l’idea di partenza sia sua. Tutto nasce da una impro tra Salvatore e Piratk alla Bucaniera, rimaneggiata una prima volta da Piratk, in separata sede e finalizzata in seduta comune da tutti. La voce è stata aggiunta alla fine ed è stata una brillante idea testuale di Diego Lacaille egregiamente, secondo noi, trasportata in note e melodia da Jacopo».

    Biografia

    I JaydeeQ nascono nel 2025 da una domanda semplice e radicale: cosa succede quando l’elettronica viene suonata? Il trio composto da Salvatore Marano (synths e keys), Jacopo Trivero (synths e voce) e Diego Lacaille (drum pads) sceglie fin dal principio di sfidare i canoni del genere, rifiutando la logica del DJ set in favore di strumenti suonati in tempo reale, in modo che ogni performance diventi un atto vivo e irripetibile.

    Il loro primo disco è il frutto di dodici mesi passati tra lo studio e i club, un’esperienza immersiva che vedrà la luce il 5 giugno 2026 sotto l’etichetta Overdub Recordings, anticipato da tre singoli in uscita nella primavera dello stesso anno. Un lavoro che affonda le radici in un immaginario sonoro vasto e preciso: da David Bowie di Low e Lodger ai Prodigy, dai Kraftwerk ai Chemical Brothers, da Fatboy Slim agli Underworld, fino alle architetture di JS Bach e alle sperimentazioni di Luciano Berio. Un universo in cui electro punk, big beat, post new wave e krautrock si incontrano senza chiedere il permesso.

    I JaydeeQ sono parte integrante di Cime Sonore, un collettivo multidisciplinare radicato in Val Varaita, e della sua propaggine produttiva La Bucaniera, studio di registrazione e residenza d’artista che rappresenta uno dei punti di riferimento creativi del territorio. Da questo contesto nasce non solo la musica della band, ma una visione più ampia che abbraccia la produzione in studio, le collaborazioni con il teatro, la danza e le arti figurative, fino alla scrittura di colonne sonore.

    Sul fronte live, i JaydeeQ scelgono la qualità sulla quantità: poche date, selezionate con cura, in contesti — club, festival, performance artistiche — in cui la dimensione del progetto possa esprimersi con la giusta profondità.

    “Alien Song” è il singolo d’esordio dei JaydeeQ pubblicato da Overdub Recordings disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 31 marzo e in rotazione radiofonica da venerdì 3 aprile.

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  • “Cosa Siamo Noi” è il nuovo singolo di Roberto Galanto

    Da venerdì 3 aprile 2026 è in rotazione radiofonica “Cosa Siamo Noi” (Up Music), il nuovo singolo di Roberto Galanto, già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 27 marzo.

    “Cosa Siamo Noi” è una ballata pop d’autore dal suono raffinato e avvolgente, che si muove in un’atmosfera sospesa e malinconica. Il brano racconta la fine di una relazione segnata non dall’assenza di sentimento, ma dal contrasto tra aspettative ideali e realtà quotidiana. Tra immagini intime e suggestive – abbracci, tramonti e confessioni notturne – la narrazione assume un taglio quasi cinematografico, ispirato all’immaginario di Inception, e riflette sulla fragilità delle scelte e sull’intensità di quei momenti che, pur brevi, riescono a lasciare un segno duraturo nel tempo.

    Spiega l’artista a proposito del brano: «“Cosa siamo noi” segna un punto di svolta nel mio percorso artistico dopo oltre dieci anni di musica. È il brano in cui il passato e il presente del mio progetto si incontrano: la mia scrittura emotiva di sempre incontra una nuova maturità sonora e melodica. È una ballad pop d’autore intima e cinematografica, sospesa tra nostalgia e dimensione onirica, che racconta la fine di un amore in cui i sentimenti restano ma la realtà prende il sopravvento. L’ispirazione iniziale nasce subito dopo la visione di Inception, da cui prende forma l’idea di una relazione vissuta come un sogno da cui è difficile svegliarsi. Il brano ha attraversato diverse evoluzioni musicali e testuali, ma ha mantenuto intatto il fuoco della prima intuizione. Il lavoro è stato quasi un processo di sottrazione: togliere il superfluo per dare ancora più luce all’idea originale. Durante la registrazione in studio ho vissuto uno dei momenti più intensi di tutto il progetto: mentre cantavo mi sono emozionato al punto da dover interrompere la take per qualche istante. Nonostante conoscessi il brano da tempo e lo portassi già profondamente dentro di me, sono rimasto sorpreso dalla forza emotiva delle sue linee melodiche. Dal punto di vista melodico è uno dei miei brani più maturi e, pur restando autentico, è anche quello che sento più vicino al linguaggio del pop contemporaneo. “Cosa siamo noi” rappresenta l’inizio di una nuova fase del mio percorso da cantautore».

     

    Biografia

    Roberto Galanto è un cantante e musicista polistrumentista, ex cantante lirico e crooner, con un percorso musicale iniziato da bambino grazie a una chitarra regalata da una vicina di casa. Da lì ha iniziato a esplorare i grandi cantautori italiani, passando poi per la musica classica come cantante lirico, il jazz e influenze come Amy Winehouse, Stevie Wonder, Sting, Damien Rice, Joe Barbieri e Pino Daniele. Queste radici hanno formato una scrittura che fonde melodie sensibili, emozioni profonde e testi autentici.

    Suona basso, pianoforte e chitarra, componendo sia in italiano sia in inglese, proprio per abbracciare storie universali che trascendono le lingue. Il suo nuovo progetto solista è attivo da due anni ed è supportato da un team di produttori dedicati e da alcuni consulenti di management che lo guidano nel percorso artistico.

    Dal suo album precedente, Welcome, consiglia l’ascolto di brani come Ma non serve andare lontano, Mai Mia e Shadow, che catturano l’essenza del suo suono. Oggi il nuovo singolo Cosa siamo noi rappresenta il culmine della sua maturità artistica. Il suo pubblico è composto principalmente da adulti tra i 30 e i 50 anni, amanti della musica d’autore e di emozioni sincere.

    Per lui la musica è un’ancora di salvezza: un modo per dare voce alle pieghe della vita quotidiana che spesso restano nascoste. Le sue canzoni raccontano la complessità delle relazioni, le fragilità umane e quelle parti di noi che tendiamo a nascondere. Invitano l’ascoltatore non solo ad ascoltare, ma a vivere pienamente quei momenti, trasformando il dolore in catarsi e la vulnerabilità in forza.

    Il suo obiettivo è raggiungere un pubblico sempre più ampio, mantenendo però un legame autentico e umano. Immagina le sue performance nei teatri: spazi intimi dove musica e storie si fondono in un’esperienza catartica, riportando l’arte alla sua essenza, come un rifugio per l’anima. Con Cosa siamo noi punta a connettersi con chi cerca canzoni che parlino al cuore, portando il suo suono verso playlist editoriali che celebrano l’autenticità.

    “Cosa Siamo Noi” è il nuovo singolo di Roberto Galanto disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 27 marzo e in rotazione radiofonica da venerdì 3 aprile.

     

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  • “È sempre così” è il nuovo singolo di Federico Di Battista

    Da venerdì 3 aprile 2026 sarà disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming digitale “È SEMPRE COSÌ”, il nuovo singolo di FEDERICO DI BATTISTA per Red&Blue Music Relations distribuito da ADA Music Italy.

    “È sempre così” è un brano d’amore che racconta la dimensione quotidiana della vita di coppia, fatta di piccoli contrasti, momenti di confronto e gesti condivisi. Tra discussioni, ascolto reciproco e dinamiche che si ripetono nel tempo, la canzone restituisce uno spaccato autentico delle relazioni, in cui anche le imperfezioni contribuiscono a costruire un equilibrio emotivo. Sono proprio questi frammenti di quotidianità, con la loro semplicità, a riempire le giornate e a lasciare spazio, nonostante tutto, a un sorriso. 

    Spiega l’artista a proposito del brano: “Sono una persona che crede molto nell’amore e nelle relazioni sincere. Questo pezzo è una mia descrizione di una relazione vera, fatta da piccoli gesti. Quelle relazioni dove non servono troppe parole. Basta saper esserci”.

    FEDERICO DI BATTISTA | BIOGRAFIA

    Artista romano classe ’95, Federico muove presto i suoi passi nella musica. All’età di 10 anni prende parte del coro di voci bianche diretto da Paolo Lucci prendendo parte agli spettacoli “Pollicino” ed “Il Gatto Con Gli Stivali” e inizia le prime lezioni di canto privato. Appena maggiorenne si trasferisce in Irlanda dove amplierà la sua cultura musicale in varie scuole nella città di Cork. Nel 2016 è tra i coristi del programma “The Voice Of Ireland”. Nel 2019 decide di trasferirsi a Barcellona dove vive tutt’ora. Nel 2020 pubblica il suo primo singolo “Moltissime Cose Di Noi”, prodotto da Adelmo Musso. Nel 2021 conosce Marco Canigiula e la realtà di Cantieri Sonori con la quale scrive il singolo “Il Primo Uomo Sulla Luna”. Nel 2022 produce, concretizza la collaborazione con Marco Canigiula e danno vita, insieme, ad una serie di singoli. Nel 2023 conosce, a Barcellona, il musicista e produttore Pierfrancesco Ceregioli, con cui inizia a produrre il suo primo album da solista in uscita nel 2026.

    “È sempre così” è il nuovo singolo di Federico Di Battista disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica da venerdì 3 aprile.

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  • Melamanouche racconta il presente di chi continua a sorridere mentre tutto si restringe

    Durante la pandemia, mentre il Paese faceva i conti con attività chiuse, famiglie in difficoltà e un senso sempre più diffuso di smarrimento, Melamanouche ha iniziato a scrivere “L’apparecchio del Carnevale”, un brano sulla recita sociale, sul denaro che non basta, sui sacrifici dei genitori e sul rischio di perdere la propria identità per restare imprigionati dentro a un ruolo.

    Il brano nasce da lì, ma non resta chiuso in quel tempo. Porta dentro la fatica di tenere in piedi un’apparenza accettabile quando la realtà si restringe, il bisogno di mostrarsi forti mentre sottopelle passano paura, rinunce, stanchezza e conti da far tornare. Il carnevale del titolo non coincide affatto con la festa, bensì con il suo apparato, con tutto ciò che impone di restare in scena anche quando non ci sarebbe più nulla da esibire.

    «Le lenzuola sono ancora di seta e le scarpe di pelle mia vera» canta l’artista milanese, descrivendo in poche ma miratissime parole una compostezza che resiste, una facciata che non vuole cedere, il tentativo di salvare il visibile mentre il resto si assottiglia. Dentro questa immagine c’è anche il lavoro silenzioso di molti genitori, la loro ostinazione a difendere per i figli uno spazio di possibilità perfino nei momenti peggiori. E lì, in quella tenacia quotidiana, il brano riconosce come unico valore autentico quello di continuare a lottare per il proprio bambino interiore o per i propri figli reali.

    Il testo tocca poi un altro punto delicato del presente: «Se sui social sei un’altra persona, non cercare di viverla ancora» è il verso che porta il discorso nel momento in cui l’identità esibita chiede continuità e la rappresentazione finisce per occupare anche ciò che dovrebbe restare privato, lontano dalla pubblica esposizione. In questo senso, il carro del Carnevale diventa davvero un ingranaggio di pensieri e azioni che tengono in piedi un mondo apparente, levigato, brillante, eppure molto meno solido di quanto voglia sembrare.

    È anche in questo passaggio che il pezzo smette di essere soltanto racconto individuale per farsi ritratto di costume. La pressione a costruire una versione spendibile di sé, a mantenerla credibile e continua, è infatti una delle richieste più pervasive del presente. Melamanouche la coglie senza attenuarne l’asprezza e la riporta dentro una scrittura che, pur dialogando con il teatro da cui proviene, finisce per immortalare una questione pienamente contemporanea.

    «Tutta la vita sentiamo il dovere di continuare a mostrarci felici, forti, disinibiti, perfetti – dichiara l’artista -, ma la vera forza è un passaggio di testimone tra noi stessi e la nostra anima. L’unico modo per non impazzire è accettare i nostri limiti e le nostre ombre.»

    La riflessione si fa ancora più dura nel finale: «Se i quattrini guadagnati in un mese non basteranno per il materiale, sarà il mio corpo a sostituire l’apparecchio del Carnevale». Qui la canzone si stringe attorno alla sua dimensione più aspra: quando il denaro non basta, resta il corpo. E resta come ultima risorsa, ultimo sacrificio, ultimo spazio su cui far ricadere il peso di ciò che deve andare avanti a funzionare. A quel punto, continuare a fingere anche quando tutto crolla può voler dire smarrire la propria identità, fino a non distinguere più ciò che si è da ciò che si continua a mettere in scena; tuttavia smettere non appare un’opzione, perché il prezzo rischia di gravare su tutto il resto.

    Dentro questa materia entra anche la storia personale dell’artista. Melamanouche riconosce nel brano il rapporto con i propri genitori, la loro emigrazione dal Sud, il racconto di una madre bambina che trasportava bidoni del latte al mattino. Da qui prende forma anche l’immaginario visivo che accompagna la release: una fotografia della mamma da piccola, raccolta e osservata come una traccia concreta di ciò che è stato e di ciò che, da quei sacrifici, è diventato possibile.

    «Mia madre mi ha raccontato dei bidoni del latte trasportati al mattino quando era ancora piccola – prosegue Melamanouche -, per questo ho scelto di accompagnare la traccia con una cover in cui guardo una sua foto da bambina, perché guardandola capisco quanto la mia infanzia sia stata diversa e quanto, i suoi sacrifici, mi abbiano aiutata a realizzarmi come donna e come artista.»

    Anche sul piano musicale, “L’apparecchio del Carnevale” sceglie una direzione precisa: una ritmica vicina alla rumba, con rimandi al flamenco e al jazz manouche, cifra distintiva dell’artista, al servizio di una scrittura che si prende il tempo del racconto e lascia spazio al peso delle parole. La produzione musicale è firmata da Gabriel Otoya, mentre il suono si completa con la chitarra solista di Federico Bertolasi, il contrabbasso di Raffaele Romano e le percussioni di Davide Borgonovo. L’immaginario visivo porta invece la firma del fotografo Ernesto Casareto.

    Il risultato è una canzone che tiene insieme famiglia, pressione sociale, identità pubblica e bisogno di verità, portando con sé il desiderio di fermare la giostra dell’appagamento superficiale e della finzione con sé stessi e con gli altri.

    Più che una semplice presa di posizione, “L’apparecchio del Carnevale” lascia addosso una domanda difficile da eludere:

    quanto costa, ogni giorno, restare all’altezza dell’immagine che il mondo chiede di tenere in piedi?

    I prossimi appuntamenti live di Melamanouche verranno comunicati sui suoi canali social.

  • “Forme uniche della continuità nello spazio” è il nuovo singolo di Stefano Bruno

    Dal 3 aprile 2026 sarà in rotazione radiofonica “Forme uniche della continuità nello spazio”, il nuovo singolo di Stefano Bruno (Maionese Project) disponibile sulle piattaforme di streaming digitale dal 14 marzo.

    Già dal titolo, il brano invita a perdersi in una narrazione potente, capace di trascinare l’ascoltatore in un vortice di immagini ed emozioni vivide. Il testo si fa specchio di una precarietà esistenziale che ha smesso di essere una mera fase giovanile per trasformarsi in un tratto distintivo della società moderna, segnata dal nichilismo e dalla progressiva perdita di punti di riferimento.

    Sotto il profilo sonoro, la traccia è un pop-rock di carattere che guarda con decisione alle atmosfere degli anni ’80. La sezione ritmica serrata e le chitarre incisive alimentano una tensione costante che non lascia respiro, costruendo un muro sonoro compatto e coinvolgente capace di imprigionare l’ascoltatore all’interno del groove.

    Commenta l’artista a proposito del brano: Il titolo del brano è un omaggio alla scultura futurista di Umberto Boccioni, che mi ha innescato riflessioni durante una visita al Museo del Novecento. Ma in questo caso “le forme uniche” siamo noi, ognuno nella propria unicità, con un bagaglio irripetibile di esperienze, pensieri e caratteristiche che non possono essere replicate. Quella domenica di Pasqua me la ricordo bene, perché accusai il colpo spaesato e bombardato da un flusso massiccio e invasivo di informazioni, emozioni ed eventi, con Vasco Brondi e Le Luci della Centrale Elettrica nelle cuffiette. E’ un brano che si inserisce perfettamente all’interno del progetto e di questa inquietudine perché prosegue discorsi e temi già affrontati in altre canzoni.”

    Biografia

    Stefano Bruno è un cantautore milanese di origini siciliane. Sebbene sia sempre stato attratto dalla musica, la sua passione esplode definitivamente intorno ai 20 anni. I suoi strumenti d’elezione sono la penna e la voce, punti di partenza da cui prendono vita armonie e melodie che si espandono poi agli altri strumenti.

    Il suo percorso di scrittura inizia ispirandosi a pilastri della canzone italiana come Dalla, Battisti, Carboni, Antonacci e Tiziano Ferro, ma Stefano si definisce un “ascoltatore onnivoro”. Il suo bagaglio musicale include infatti influenze internazionali come Alan Parsons Project, Beatles e Radiohead, unite a suggestioni electropop e sonorità esotiche. Dopo un primo approccio da autodidatta e le prime esperienze live, ha scelto di approfondire i propri orizzonti affiancando studi accademici a lezioni private.

    La sua musica è un uragano di passione e inquietudine, un mash-up di generi che abbraccia pop, rock, darkwave e world music. Attualmente Stefano lavora in modo indipendente, collaborando a distanza con alcuni autori e affidando le grafiche a un amico fidato. Questa dimensione artigianale, se da un lato dilata i tempi di produzione, dall’altro riflette la sua costante ricerca di collaboratori affiatati che vogliano sposare il progetto con dedizione e visione comune.

    Nelle sue canzoni non risiede un messaggio univoco: Stefano punta a parlare a tutti, con un’attenzione particolare a chi si sente emarginato, inadeguato o “sbagliato”. La sua musica dà voce al disagio e a quei silenzi che troppo spesso diventano muri di incomunicabilità. Accanto al tema dell’amore nelle sue diverse sfaccettature, emerge prepotente un senso di rivalsa e riscatto.

    L’obiettivo di Stefano Bruno è compiere un salto di qualità decisivo, calcando palchi sempre più prestigiosi sia come interprete che come autore per altre voci. Con un sogno ambizioso: portare la canzone italiana anche in quei Paesi dove non ci si aspetterebbe mai di trovarla.

    “Forme uniche della continuità nello spazio” è il nuovo singolo di Stefano Bruno disponibile sulle piattaforme di streaming digitale dal 14 marzo 2026 e in rotazione radiofonica dal 3 aprile.

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  • “Severus e Lily” oltre il mito di Harry Potter: Lara Serrano trasforma l’archetipo di Snape in una nuova grammatica della cura

    Tra le pieghe di una contemporaneità che ha frettolosamente declassato la dedizione a debolezza, c’è ancora spazio per la capacità di persistere? Nel contesto relazionale attuale, dominato da algoritmi di prossimità e dalla saturazione dell’offerta affettiva, quella che Eva Illouz definisce l’architettura della scelta, saper rimanere fedeli al proprio cuore appare quasi anacronistico. Eppure, è proprio da questa tenace risolutezza che Lara Serrano ci invita a ripartire con il suo nuovo singolo, “Severus e Lily“.

    Dichiaratamente ispirato alla saga di J.K. Rowling, il brano non vuol essere un espediente per intercettare il fandom, né una citazione pop fine a sé stessa. Al contrario, la figura di Severus Piton viene spogliata dell’armatura fantasy per diventare il simbolo di un sentimento che non ha bisogno di reciprocità immediata per giustificare la propria esistenza. È l’amore che, come canta l’artista, non costringe a vivere in punta di piedi, ma offre la possibilità, sempre più difficile da incontrare, di essere accettati senza doversi rimpicciolire, un terreno solido su cui poggiare anche i propri fallimenti.

    Lara, una delle penne più interessanti del nuovo cantautorato ligure, elegge la protezione a valore assoluto. In un tempo che spesso esaspera l’individualismo o il risentimento post-rottura, la cantautrice ligure sceglie la strada della cura verso l’altro, anche quando questi è rivolto altrove.

    «Siamo come i vinili, come Severus e Lily», canta, tracciando un parallelo tra la persistenza del supporto analogico e quella di un legame che sfida l’usura. Il vinile, proprio come il sentimento descritto, richiede attenzione, non sopporta la fretta e possiede una matericità che ne costituisce il pregio. La scrittura di Serrano si conferma capace di evocare immagini familiari e facilmente riconoscibili (un bar, uno striscione allo stadio, il mare di Genova) per ancorare a terra un concetto altrimenti astratto. Il suo è un pop che guarda alla scuola genovese più nobile, quella che non ha paura di indugiare nei chiaroscuri, quella che sceglie di non rifugiarsi mai in una solarità scontata o in un dolore unidimensionale.

    «Ho voluto raccontare l’amore come custodia dell’altro — dichiara —. Severus Piton è un personaggio che accetta di farsi odiare dal mondo intero per onorare una promessa, per tutelare ciò che rimane di un sentimento. Viviamo un tempo in cui ci viene chiesto di essere sempre “vincenti” e di “andare avanti” a ogni costo; io ho sentito il bisogno di cantare chi, invece, accetta di rimanere un passo indietro pur di non smettere di guardare il mare per qualcuno. In questo brano, Lily rappresenta quel luogo sicuro dove non serve fingere, dove la propria vulnerabilità non è una colpa, un difetto, ma un punto di contatto.»

    Il brano si sviluppa sul costante conflitto tra il desiderio di esserci («Se cadi ti prendo, se ritardi ti attendo») e la consapevolezza della propria imperfezione («Faccio solo casini»). Non c’è traccia di quella compiutezza patinata tipica della narrazione social; c’è invece il riconoscimento di un amore che “migliora” e riporta “tutto a colori”, non per magia, ma per la semplice presenza di uno sguardo che sa vedere oltre le maschere.

    Tuttavia, ridurre “Severus e Lily” a una ballad romantica sarebbe approssimativo. Il lavoro di Lara Serrano prosegue quel percorso di ricerca già tracciato con l’album “Parole Sciolte”, dove la musica funge da dispositivo di decodifica della realtà, interiore e circostante. Qui, la cantautrice suggerisce che l’intimità è l’unica condizione necessaria per ritrovare il sonno e la fiducia in un mondo da cui, altrimenti, si vorrebbe solo fuggire.

    Da tale premessa prende forma un pensiero che si annida in quella che potremmo definire “Generazione Piton”: un sottile filo rosso che lega la letteratura di genere alla sensibilità dei ventenni di oggi, accomunati dalla ricerca di modelli di appartenenza che vadano oltre il possesso. È uno spaccato di giovinezza stanca dell’usa-e-getta emozionale, che nel “Sempre” di Severus ritrova una metrica per i propri sentimenti. Trasformando questo archetipo in canzone, Lara Serrano riabilita una figura spesso vittima di letture superficiali. Piton non è l’amante respinto che si trattiene nel passato, ma l’incarnazione della devozione come scelta solitaria, un antieroe dell’ombra che accetta il disprezzo del mondo pur di restare coerente a una promessa. Questa conversione, intercetta il bisogno di una libertà rara: quella di restare fedeli a un legame, e quindi a sé stessi, anche quando non è più funzionale, né socialmente premiante.

    «Spesso cerchiamo qualcuno che ci salvi da noi stessi— conclude l’artista —, ma la verità è che abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci veda davvero, senza chiederci di cambiare. Severus resta lì, nell’ombra, ad osservare il mare, a guardare “in là”. È quella fedeltà a un ideale che oggi mi sembra l’unica vera forma di ribellione possibile.»

    Con “Severus e Lily”, Lara Serrano conferisce nuova dignità alla permanenza. In un’epoca che ci vuole pronti a sostituire ogni cosa non appena smette di funzionare, lei ci ricorda che restare ad aspettare in un bar, con le scarpe rotte e un cuore d’altri tempi, è ancora la scelta più coraggiosa che si possa compiere.

  • “La Nuvola e la Stella” – Concerto della Banda dell’Esercito Italiano con la partecipazione straordinaria del Maestro Riccardo Muti

    Roma, il 9 aprile 2026 alle ore 20.00 si terrà, presso il prestigioso Nuovo Centro Congressi La Nuvola in viale Asia 40/44, la serata musicale “La Nuvola e la Stella” organizzata dall’Esercito Italiano e dalla Fondazione Bambino Gesù ETS.

    L’evento si svilupperà attraverso l’esecuzione di vari brani musicali da parte della prestigiosa Banda dell’Esercito, simbolo della tradizione musicale militare nel mondo, con la partecipazione straordinaria del Maestro Riccardo Muti, direttore d’orchestra di fama internazionale che dirigerà uno dei brani eseguiti dalla Banda.

    Il ricavato della vendita dei biglietti sosterrà il “Progetto Accoglienza” della Fondazione Bambino Gesù ETS, dedicato ai piccoli pazienti e alle loro famiglie che trascorrono lunghi periodi lontano da casa.

    La partecipazione  allo spettacolo “La Nuvola e la Stella”, manifestazione unica nel suo genere, aiuterà a sostenere un’importante causa sociale a favore della Fondazione Bambino Gesù ETS acquistando i biglietti attraverso la piattaforma TicketOne al link https://www.ticketone.it/event/concerto-della-banda-dellesercito-la-nuvola-21473609/.