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  • “Ma che rumore fa” è il nuovo singolo di Maila

    Da venerdì 13 febbraio 2026 sarà in rotazione radiofonica “Ma che rumore fa”, il nuovo singolo di MAILA, già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 23 gennaio.

     

    “Ma che rumore fa” è un brano pop dalle vibes malinconiche, sostenute da un sound moderno che strizza l’occhio alle sonorità pop/trap. Il testo racconta la frustrazione di chi vorrebbe aiutare una persona amata a rimettere ordine nelle proprie scelte di vita, senza però riuscire a sanarne i malesseri interiori. Un sentimento di impotenza che nasce dal desiderio, spesso irraggiungibile, di vederla finalmente felice e serena.

     

     

     

     

    Spiega l’artista a proposito del brano: «“Ma che rumore fa” nasce da un dolore intimo e recente: la frustrazione e l’impotenza di non essere riuscita a “salvare” una persona a me cara da scelte di vita sbagliate. Il desiderio profondo di vederla felice, unito alla sensazione di non essere ascoltata, mi ha portata a soffrire molto, fino a pensare di mettere da parte me stessa pur di preservare il rapporto e il suo benessere. Durante la scrittura del brano c’è stato un momento quasi tragicomico, se così si può dire: un vero e proprio confessionale con Numb (Filippo Toffanin), con cui scrivo. È stata come una seduta psicologica, necessaria per tirare fuori tutto ciò che provavo in quel momento e per trasformare emozioni, immagini e dettagli reali in parole capaci di raccontare fedelmente ciò che stavo vivendo. Anche la fase di registrazione non è stata semplice, perché coincideva con un periodo particolarmente difficile della mia vita. Allo stesso tempo, però, è stata liberatoria: mi ha dato la forza di sfogarmi, di dare voce alle mie emozioni e di condividerle con altre persone, che magari possono sentirsi comprese e meno sole. Sono felice che questo brano esista. È mio, mi rappresenta, racconta di me, di noi, e del legame con una persona per la quale, nonostante tutto, so che ci sarò sempre».

     

     

     

     

    Biografia

    Maila, nome d’arte di Marta Luisa Presterà, è una cantante e musicista di 24 anni. Si è formata presso il Conservatorio di Milano, dove nel 2023 ha conseguito la laurea in Canto Pop. All’interno dello stesso percorso accademico ha studiato musica classica, oboe e pianoforte per otto anni, strumenti che aveva già iniziato ad approfondire sin dall’infanzia: il pianoforte dall’età di cinque anni e l’oboe dagli undici. Parallelamente alla formazione musicale, ha studiato danza per oltre dieci anni e teatro, sviluppando una preparazione artistica completa e trasversale.

    Fin da giovanissima, Maila ha mostrato un forte interesse per il mondo dello spettacolo, della musica, della televisione e della comunicazione. Il suo progetto musicale nasce dall’esigenza di esprimere le emozioni vissute quotidianamente attraverso testi, musica e voce. Attualmente è impegnata in una fase di sperimentazione artistica, orientata verso sonorità pop/trap emotional, con l’obiettivo di costruire uno stile personale e riconoscibile. La scrittura rappresenta per lei un mezzo di racconto autentico: le sue canzoni parlano di esperienze dirette, con l’intento di creare un’identificazione sincera con chi ascolta.

    Le sue principali influenze musicali spaziano dal jazz e dal blues al pop contemporaneo. Tra gli artisti internazionali che hanno segnato il suo percorso figurano Aretha Franklin, Etta James, Amy Winehouse, Jennifer Hudson, Beyoncé, Adele, Dua Lipa, Ariana Grande e Taylor Swift, in particolare per l’approccio alla scrittura. In ambito italiano, Maila guarda a sonorità vicine a quelle di Rose Villain, Madame ed Elodie, pur ricercando una cifra stilistica personale che attraversi generi e linguaggi diversi.

    Maila è seguita nella produzione artistica dal team di COSMOPHONIX e da Cristian Gallana, con cui collabora da alcuni anni per la finalizzazione e la strutturazione dei suoi progetti musicali. Pur non individuando un target preciso, l’artista crede che la musica sia un linguaggio universale, capace di parlare a chiunque. I temi trattati, legati alle esperienze e alle difficoltà della giovane età adulta, trovano tuttavia una forte risonanza soprattutto tra le nuove generazioni.

    Per Maila la musica rappresenta una vera e propria cura: un rifugio, uno spazio di libertà e di condivisione emotiva. Attraverso il lavoro artistico e la comunicazione sui social, riconosce il valore delle connessioni umane e della condivisione, convinta che la musica sia il mezzo più potente per creare legami autentici. Il suo obiettivo è vivere di musica, scrivere, comporre e cantare non solo per sé, ma per tutti coloro che possono ritrovarsi nelle sue parole. Il sogno è quello di calcare i palchi, vedere anche solo poche persone cantare le sue canzoni e continuare a raggiungere sempre più ascoltatori, affinché la sua musica possa lasciare un’emozione vera, qualcosa che smuova, che resti, che sia vita.

     

    “Ma che rumore fa” è il nuovo singolo di Maila disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 23 gennaio e in rotazione radiofonica da venerdì 13 febbraio 2026.

     

     

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  • “Sushi” è il nuovo singolo di Andrea Cardia

    Dal 13 febbraio 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica “#Sushi”, il nuovo singolo di Andrea Cardia (Maionese Project).

    “#Sushi” è una ballad nostalgica e avvolgente che esplora le fragilità e le speranze di una generazione. Attraverso il suo testo, Andrea racconta una storia a distanza tra un ragazzo e una ragazza che, pur vivendo la quotidianità tra sigarette e treni delle sei, sognano un futuro in città diverse. Tra i ricordi di serate passate e la proiezione di vite adulte — fatte di lauree, uffici a Roma e domeniche a mangiare sushi — la canzone culla l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa, dove l’incertezza del domani si intreccia alla dolcezza del passato.

    Commenta l’artista a proposito del brano: “Il lavoro sull’arrangiamento è iniziato in modo molto istintivo. Tutto è partito da una drum machine che, quasi per gioco, ha dettato il ritmo e l’atmosfera dell’intero pezzo.”

     

    Biografia

    Andrea Cardia respira musica da sempre. La chitarra è entrata nella sua vita a soli sei anni e, da quel momento, non l’ha più lasciata, diventando la compagna inseparabile di un percorso di scrittura iniziato ormai vent’anni fa. La sua è una musica che affonda le radici nella grande tradizione del cantautorato italiano: nelle sue melodie si avvertono le influenze di pilastri come Antonello Venditti, Vasco Rossi e Ligabue, maestri che hanno plasmato la sua sensibilità artistica.

    Circa un anno fa è nato il suo ultimo progetto, un viaggio sonoro più maturo che vede la preziosa collaborazione dei produttori Alberto Gerbelle e Alberto Macerata. Al centro della sua produzione ci sono storie d’amore e frammenti di vita vissuta: racconti autentici e universali in cui chiunque può immedesimarsi, indipendentemente dall’età. Con un sound che spazia da ballad avvolgenti a momenti più energici, l’obiettivo di Andrea rimane costante: continuare a scrivere canzoni sincere per condividerle con un pubblico sempre più vasto, trasformando le emozioni personali in un’esperienza collettiva.

    “#Sushi” è il nuovo singolo di Andrea Cardia disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 13 febbraio 2026.

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  • “#Sushi” è il nuovo singolo di Andrea Cardia

    Dal 13 febbraio 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica “#Sushi”, il nuovo singolo di Andrea Cardia (Maionese Project).

    “#Sushi” è una ballad nostalgica e avvolgente che esplora le fragilità e le speranze di una generazione. Attraverso il suo testo, Andrea racconta una storia a distanza tra un ragazzo e una ragazza che, pur vivendo la quotidianità tra sigarette e treni delle sei, sognano un futuro in città diverse. Tra i ricordi di serate passate e la proiezione di vite adulte — fatte di lauree, uffici a Roma e domeniche a mangiare sushi — la canzone culla l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa, dove l’incertezza del domani si intreccia alla dolcezza del passato.

    Commenta l’artista a proposito del brano: “Il lavoro sull’arrangiamento è iniziato in modo molto istintivo. Tutto è partito da una drum machine che, quasi per gioco, ha dettato il ritmo e l’atmosfera dell’intero pezzo.”

     

    Biografia

    Andrea Cardia respira musica da sempre. La chitarra è entrata nella sua vita a soli sei anni e, da quel momento, non l’ha più lasciata, diventando la compagna inseparabile di un percorso di scrittura iniziato ormai vent’anni fa. La sua è una musica che affonda le radici nella grande tradizione del cantautorato italiano: nelle sue melodie si avvertono le influenze di pilastri come Antonello Venditti, Vasco Rossi e Ligabue, maestri che hanno plasmato la sua sensibilità artistica.

    Circa un anno fa è nato il suo ultimo progetto, un viaggio sonoro più maturo che vede la preziosa collaborazione dei produttori Alberto Gerbelle e Alberto Macerata. Al centro della sua produzione ci sono storie d’amore e frammenti di vita vissuta: racconti autentici e universali in cui chiunque può immedesimarsi, indipendentemente dall’età. Con un sound che spazia da ballad avvolgenti a momenti più energici, l’obiettivo di Andrea rimane costante: continuare a scrivere canzoni sincere per condividerle con un pubblico sempre più vasto, trasformando le emozioni personali in un’esperienza collettiva.

    “#Sushi” è il nuovo singolo di Andrea Cardia disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 13 febbraio 2026.

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  • Un’ischemia, il ritorno alla musica e il Premio Bigazzi: la storia dietro “Se fosse vero”

    La biografia di Gianni Montelatici si è spezzata in un pomeriggio del 2014, quando un’ischemia ha imposto un blackout improvviso, resettando il corpo e costringendo il pensiero a un silenzio bianco, quasi irreale. Ma in quella lunga convalescenza, la musica è tornata a reclamare il suo spazio, non più come passione e passatempo ma come unico linguaggio possibile per rimettere insieme i pezzi e tornare a decodificare il mondo.

    Nell’illusione che il dolore sia una pratica burocratica da evadere nel tempo di un EP, che basti un nuovo incontro o il banale scorrere dei mesi per derubricare un’assenza a semplice ricordo, l’artista fiorentino, con la ruvidità di chi ha masticato la vita lontano dai riflettori prima di prendersi il primo posto al Premio Bigazzi nella Sezione Cantautori, decide di fare il percorso inverso. “Se fosse vero”, il suo nuovo singolo, è il racconto di un cuore che non sente più nulla proprio perché ha smesso di credere alle ricette precostituite della guarigione.

    Un brano che non insegue il consenso immediato delle playlist o dell’airplay, ma cerca la verità nel fondo di un calice amaro, dove le fotografie di un quartiere e le gare di moto restano lì, a testimoniare che, a volte, non si guarisce affatto.

    Montelatici sa che ci sono canzoni che funzionano come placebo e altre che, semplicemente, scelgono di non mentire. Per questo, scrive con la consapevolezza empirica di chi sa che il dolore non si cancella, ma si integra, si abita e si metabolizza, lasciandolo decantare e trasformandolo in un compagno di viaggio con cui negoziare quotidianamente.

    Quel calice amaro diventa un bicchiere di verità versato sul mondo, un rifugio di cristallo che riflette una vita che continua altrove, lasciando il protagonista in un vuoto che nessuna canzone può davvero colmare. Il suo è un realismo sporco, umano, visceralmente distante dalle anse edulcorate del pop contemporaneo.

    Il tempo smette di essere un medico nel momento in cui la ferita non si rimargina, ma diventa parte integrante della propria geografia identitaria: le lancette che corrono non sono più un trauma da superare, ma un elemento ricostitutivo del sé, come una cicatrice che smette di far male ma ridefinisce i contorni di chi la porta. In “Se fosse vero”, i giorni che passano non portano sollievo, ma agiscono come un reagente chimico che rivela la persistenza del ricordo: il tempo non cura, si limita a testimoniare l’impossibilità di dimenticare, convertendo l’aspettativa di un ritorno nella dignità di restare esattamente lì, dove tutto è finito.

    Il brano interroga direttamente l’ascoltatore, mettendolo di fronte allo specchio di quelle illusioni che spesso accettiamo per sopravvivere.

    Le parole dell’artista sottolineano l’inefficacia delle soluzioni indolori:

    «Qual è la cura per cancellare il dolore? Basta credere nelle ricette che ormai quasi come un mantra si ripetono da tempo immemore? Il tempo che cancella? La ricerca di un nuovo amore? La voglia di scappare lontano? Chissà…Forse la vera medicina è proprio questo restare nel dubbio, senza la pretesa di trovare una cura, ma con la dignità di portarsi addosso la propria storia.»

    “Se fosse vero” è la constatazione che non esiste un solo colpevole e che il dolore non si elimina, si impara a portarlo con sé. È la voce di chi ha guardato il vuoto e ha scelto di riempirlo con una canzone che non promette guarigioni miracolose, ma offre la dignità di una ferita ancora aperta.

    Dopo anni di silenzi e strade interrotte, è stata la convalescenza forzata del 2014 a riaccendere la scintilla creativa in Montelatici, portandolo a strutturare un percorso di scrittura consapevole, che ha trovato la sua massima consacrazione sul palco del Premio Bigazzi.

    Il singolo sintetizza questa evoluzione unendo la sensibilità cantautoriale più pura a una struttura narrativa solida, capace di parlare a quanti abbiano cercato, invano, di dimenticare attraverso il filtro del tempo.

    L’artista descrive così la genesi concettuale del brano:

    «”Se fosse vero” cerca di raccontare come non sia possibile cancellare il ricordo di un grande amore. Non basta il tempo, non servono le parole, i testi che affrontano il problema. Il dolore si impara ad addomesticarlo, ma non si cancellerà mai. Così come non ci sarà mai un solo colpevole.»

    Il valore del pezzo non risiede solo nella penna onesta e disincantata di Montelatici, ma anche in una veste sonora curata da Marco Falagiani. La produzione artistica di Falagiani — già braccio destro di Giancarlo Bigazzi e firma dietro successi che hanno segnato la storia del Festival di Sanremo e del cinema internazionale — conferisce al brano una caratura che esula dalle logiche del pop istantaneo, spesso usa-e-getta. La collaborazione tra il cantautore e il Maestro ha dato vita a una traccia in cui ogni sfumatura del calice amaro di cui parla l’artista trova una collocazione precisa, cristallizzando un’esperienza individuale in una narrazione in cui è facile riconoscersi.

    Attualmente impegnato anche nel progetto GiBombay, dove la sua anima autorale incontra venature hard rock, Gianni Montelatici si riaffaccia sulla scena nazionale con un progetto che rivendica il diritto di sentire, di ricordare e, soprattutto, di non guarire secondo le tempistiche dettate dalla società del benessere istantaneo, forzato e performativo.

  • “Come terra e luna” è il nuovo singolo di Maiisha

    Da venerdì 6 febbraio 2026 è disponibile in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme di streaming digitale “COME TERRA E LUNA” (Mirò BR Productions), il nuovo singolo di MAIISHA.

    “Come terra e luna” è un brano intenso e suggestivo che racconta la dualità tra forza e fragilità, corpo e anima, istinto e consapevolezza. Al centro, una storia d’amore intensa e magnetica: quella tra la Terra e la Luna, due corpi celesti destinati a cercarsi, rincorrersi e orbitare l’uno attorno all’altro. Con una scrittura emotiva e una produzione moderna, la canzone si inserisce nel panorama pop contemporaneo mantenendo una forte identità artistica.

    “Mi trovo nel tuo universo, condividiamo un frammento d’eterno”, commenta l’artista.

    Nel videoclip di “Come terra e luna”, l’artista reale Maiisha viene clonata digitalmente e trasfigurata in una protagonista interamente ricreata dall’intelligenza artificiale. Un esperimento visivo che fonde cinema, musica e identità in una nuova forma di racconto sensoriale. L’universo e i pianeti del suo immaginario prendono vita attraverso più corpi e volti, dando forma a una narrazione inclusiva che celebra le molteplici identità e rappresenta l’idea di un amore universale.

    Guarda il videoclip ufficiale di “Come terra e luna”

    https://www.youtube.com/watch?v=asZakuObS5w

     

    ℗ © Mirò BR Productions di Rosa Bulfaro

    Producer: Fabio Lombardi

    Mastering: UP Music 

    Compositori | Autori: C. Liccese, Aptenia, L. Quartucci, M.Bruno, D.Bellitto

    Cover_art: Andrea Ceriani

    Art Directors: Maiisha & Gabriele Aprile AI Art: Gabriele Aprile

     

     

    MAIISHA | BIOGRAFIA

    Maiisha ha 24 anni, una voce che si fa sentire e un po’ di vita addosso. Ha cantato per Walt Disney come voce della sigla di School Hacks (produzione di Enrico “Kikko” Palmosi, 2018).

    Ha doppiato personaggi in serie trasmesse su Prime Video e Rai 2: nella serie Noi siamo leggenda ha sostituito la voce cantata di Greta (Sofya Gershevich) nel 2023. La sua voce è presente nel featuring del brano Indietro nel tempo, cantato insieme a JayDar, e in alcuni inserti del brano con Nashley, prodotto da Matteo Buzzanca.

    Ha calcato il palco di Sanremo — quello alternativo ma vero — all’Attico Monina nel 2020 e al Privé Monina nel 2023.

    È stata premiata tra i giovani emergenti italiani nella sezione canto agli UCI Cinemas Awards 2017 e ha ricevuto il Premio della Critica al concorso nazionale Je So Pazz 2016, dedicato a Pino Daniele.

    Si è messa mille maschere per piacere a tutti, ora canta per riconoscersi. MAIISHA è il suo nome d’arte, ma ogni canzone è una parte di lei, vera. Anche quella che ancora non conosce.

    “Come terra e luna” è il nuovo singolo di Maiisha disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica da venerdì 6 febbraio 2026.

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  • *Razza dominante – Crimini e psiche* _Il nuovo podcast de Il Tempo: un viaggio nella mente criminale_

    _Roma_ – _*Il Tempo*_ presenta *«Razza Dominante – Crimini e psiche»*, il nuovo podcast originale scritto e prodotto da *Davide Di Santo*, che porta gli ascoltatori dentro la mente di chi ha oltrepassato il limite della violenza nei confronti di un altro essere umano. Un viaggio nel lato oscuro della psiche raccontato attraverso casi di cronaca celebri e vicende meno note, con le testimonianze dirette degli psichiatri forensi che hanno incrociato lo sguardo dei protagonisti dei più efferati delitti.
    L’obiettivo è comprendere — oltre il clamore del fatto di cronaca — le circostanze psicologiche, sociali e fisiche in cui è maturato un comportamento estremo e letale: quando, come e perché un essere umano decide di colpire un altro essere umano. 
    *Le storie* – Le puntate di «Razza Dominante. Crimini e psiche», attraversano con un tono immersivo e coinvolgente alcuni dei casi più inquietanti della cronaca italiana: da quelli legati a *Gianfranco Stevanin* e *Donato Bilancia*, spietati serial killer, a *Luca Delfino* noto come “l’omicida delle fidanzate”; dalla strage del tallio in cui si intrecciano la cronaca e il fenomeno degli hikikomori, alla *mattanza del Canaro* fino alle vicende meno note della *Banda della Magliana*. Non mancano episodi dimenticati, come il caso Raso, “fattaccio” della Roma borghese, capace di generare effetti giudiziari senza precedenti.  
    *Gli esperti* – Nel podcast intervengono alcuni dei massimi esperti italiani tra cui *Stefano Ferracuti* – professore ordinario di Psicopatologia forense all’Università La Sapienza di Roma – *Ugo Fornari* e *Francesco Carrieri*, autori di centinaia di perizie nei più noti casi di cronaca in cui sono stati chiamati a esprimersi: mostro o folle? Attraverso il loro sguardo, il racconto esplora temi cruciali come la determinazione della capacità di intendere o volere, la pericolosità sociale, la prevenzione dei crimini violenti, il confine duttile e a volte incerto tra follia e lucidità. 
    *I temi* – Il titolo «Razza Dominante», che riecheggia un famoso racconto di fantascienza di *Fredric Brown*, non si riferisce a differenze di etnia o colore, ma a una caratteristica distintiva dell’essere umano. L’uomo, da sempre, è la specie che più infligge dolore ai suoi simili e arriva a “governare” questa violenza, a istituzionalizzarla e talvolta a giustificarla attraverso la cultura, il diritto, il potere. Una riflessione profonda sulla natura dell’umanità, che nel corso dei millenni ha costruito la propria supremazia anche attraverso la sopraffazione. Come afferma l’autore, per quanto possa essere disturbante, «la razza dominante siamo noi». Il podcast invita ad affrontare questa verità scomoda, esplorando la zona proibita dell’intelligenza umana — quella più brutale, violenta, dominatrice — con un unico obiettivo: capire.
    _Scheda tecnica_ 
    _Razza Dominante – Crimini e psiche di Davide Di Santo per Il Tempo. Prima puntata giovedì 5 febbraio, seconda puntata giovedì 12 febbraio. In seguito ogni 14 giorni._ _Piattaforme: Spotify, Amazon Music, YouTube, le principali app di podcasting e il sito web www.iltempo.it._ _Soggetto, testi, voce, musiche originali e sound design: Davide Di Santo

  • La routine come forma di protezione incompleta: “Resti in Città” è il nuovo singolo di MODNA

    Ogni giorno, intorno alle tre del mattino, le città tornano alla propria ossatura. È un orario che non promette più nulla: i bar restano aperti per inerzia, il traffico si assottiglia, e quel fascino notturno che di solito avvolge le strade lascia spazio a una verità meno romantica, ma rivelatrice. In quel “silenzio finto”, dove il traffico è solo un’eco e le luci dei lampioni feriscono gli occhi, si consuma il paradosso di “Resti in città”, il nuovo singolo di MODNA scritto a quattro mani con Daniele Pirozzi tra le aule del Conservatorio Nicola Sala.

    Il brano arriva in un momento in cui l’idea di “cambiare vita” è diventata una formula ricorrente, ma sempre più spesso resta confinata alle parole. Si parla di fuga, di ripartenza, di altrove, di viaggio come catarsi e di nomadismo digitale come massima aspirazione, mentre le giornate continuano a svolgersi nello stesso perimetro.

    Con “Resti in città”, MODNA lavora in maniera controintuitiva, perché non racconta chi parte, ma chi decide di rimanere, o meglio, chi ha imparato perfettamente il linguaggio dell’andarsene assimilandone ogni concetto, senza mai trasformarlo in azione. Il sogno della fuga continua a esistere, ma si consuma nella ripetizione, fino a diventare un’abitudine, una promessa che non trova mai il compimento effettivo.

    Il cantautore lucano d’adozione campana scatta così una polaroid tersa e precisa su una generazione che “vorrebbe ripartire da zero”, ma trova nel proprio spazio, nel proprio recinto urbano, una rassicurante, seppur incompleta, forma di protezione.

    Il brano segue una donna dentro una routine che funziona, ma non la appaga totalmente. Lavora, esce, attraversa locali affollati, balla da sola in casa. Usa la città per restare in movimento senza mai spostarsi davvero. Accanto a lei c’è una presenza costante, mai invadente. Si riconoscono, si osservano, restano fermi un istante prima di una qualsiasi incarnazione di un noi. È un incontro che non produce svolte, perché le svolte non sono previste.

    Nel testo, la frase «non siamo mica come Milano» delimita questo perimetro senza bisogno di spiegazioni. Non oppone provincia e metropoli, ma due tempi diversi: da una parte il mito della velocità come valore, dall’altra una sequenza di giorni simili che impedisce accelerazioni e deviazioni. L’asse si sposta dal dinamismo produttivo della prima alla verità nuda della seconda, dove si beve birra per calmare i pensieri e si balla soli in salotto, simili a una “Jennifer senza il ballo perfetto”. È un’osservazione priva di giudizio, che porta con sé solo il rigore di chi osserva un incontro fatto di sguardi che si incrociano in un bar affollato senza mai oltrepassare il confine.

    Anche sul piano musicale il brano evita soluzioni risolutive. La produzione di Pirozzi – impreziosita dai Rhodes di Gianluca Sposito e da una sezione ritmica asciutta – regala un’atmosfera distesa che trova il suo compimento nel videoclip ufficiale, girato a Napoli da Alfonso Venafro e presentato in anteprima nazionale su Sky TG24.

    Qui, la città non è sfondo ma co-protagonista, una pelle che la protagonista, interpretata da Carmen De Vita, indossa per sentirsi viva, anche a costo di restare irrisolta.

    «Esiste una dignità complessa nelle scelte che non si compiono – spiega MODNA -. “Resti in città” è un’evasione mancata che diventa identità. Io e Daniele Pirozzi abbiamo cercato di catturare quel punto di rottura in cui il desiderio di novità soccombe alla necessità di sentirsi al sicuro, anche se incompleti. Restare, talvolta, richiede molto più coraggio che andarsene.»

    “Resti in città” parla di chi immagina un altrove, ma continua a vivere dove si sente al sicuro, anche a costo di restare incompleto. Una condizione sempre più diffusa e sempre meno raccontata senza giudizio.

    MODNA, forte di un percorso che lo ha visto passare dai palchi Rai alla finale del Premio Arte d’Amore, conferma qui una maturità intellettuale già intravista nel suo esordio letterario “Il rumore dentro”. La sua non è una proposta di intrattenimento, ma una proposta di senso. Ciononostante, il brano evita il rischio del compiacimento malinconico, grazie ad una struttura argomentativa solida, un lessico ricercato ma mai artificioso, e un ritmo di prosa musicale che segue quello della vita reale: sincopato, incerto, profondamente umano. È una canzone che non parla per noi, ma di noi. Di quel caffè preso in silenzio e di quella voglia di sparire che, puntualmente, si ferma davanti al primo semaforo rosso della propria via di casa.

  • Quando “ti amo” diventa una frase qualunque: Niko e la svalutazione semantica dell’amore nel linguaggio digitale

    «Ti amo è un insulto se non viene dal cuore». Perché quando si usano le parole più importanti senza nobilitarle, si consumano. E quando si consumano, smettono di dire qualcosa e fanno danni.

    Nel 2026 le dichiarazioni sentimentali non mancano di certo. Anzi, circolano ovunque. E forse, proprio per questo, sembrano valere meno. “Mappa Perfetta”, il nuovo progetto di Niko, nasce dal disallineamento tra l’amore che continua a essere raccontato e quello che, sempre più spesso, viene ridotto a una sequenza di frasi già sentite, imitate, ripetute. Un ritratto del modo in cui oggi si promette, si dichiara, si recita. Le parole funzionano come formule: suonano corrette, perfette. Le esperienze, molto meno.

    Dopo “Anime Perse”, che aveva dato voce al logorante silenzio del ghosting e all’assenza improvvisa e spiazzante nei legami affettivi, l’artista reatino d’adozione capitolina sposta lo sguardo su quello che accade quando il silenzio finisce: il rumore assordante delle parole. Parole educate, automatiche, inflazionate. Parole di rito, volte a descrivere ciò che per antonomasia non può essere decritto, ma solo vissuto. E che si ritrovano a riempire le pagine di sentimenti recitati per copione. Parole che non proteggono più nessuno.

    E Roma, sotto la pioggia, a definire il tono del racconto, incorniciando la stanchezza di chi torna sempre allo stesso punto, tra baci dati per abitudine, promesse non mantenute e direzioni incerte. Una città attraversata da luci riflesse sull’asfalto, da ombre che si allungano tra i vicoli, da silenzi che si impongono come le architetture antiche che ne dominano gli scorci. È lì che Niko ambienta la sua nuova canzone: in uno spazio che resta immutato pur offrendo sempre qualcosa di nuovo, mentre nel linguaggio relazionale tutto sembra continuare a ripetersi.

    Il brano, scritto e prodotto da Fede Mcallister, prende forma in un mondo saturo di promesse, ma sceglie di prenderne le distanze. Un mondo in cui il “ti amo” rischia di ridursi a un automatismo, a un riflesso meccanico di un tempo trascorso insieme senza essere davvero vissuto, svuotato dalla ripetizione, imitato come una battuta di un film già visto.

    Niko evita banalizzazioni e idealizzazioni, muovendosi dentro il tempo che racconta e affidandosi a una scrittura fatta di immagini concrete e malinconiche: «Fanno tutti per finta, fanno tutti l’amore», canta, mettendo in discussione la distanza sempre più evidente tra ciò che viene dichiarato, espresso a voce, e ciò che si prova davvero.

    “Mappa Perfetta” non è la ricerca di una relazione ideale, ma il tentativo di ritrovare una bussola in mezzo a un linguaggio che ha perso il senso stesso di ciò che comunica. La “mappa”, infatti, non indica un luogo, ma un modo di sentire: più consapevole, meno automatico.

    Il suono accompagna questo percorso. La voce di Niko attraversa registri diversi con assoluta naturalezza, lasciando spazio ai silenzi. E proprio in quelle pause il brano trova il suo equilibrio: negli interstizi, nelle frasi che non cercano di spiegare tutto, ma lasciano respirare il senso.

    Roma ritorna, ancora, come simbolo. Come luogo di passaggio, di attese, di giornate che sembrano tutte uguali finché un dettaglio – una luce, un sorriso, una pioggia improvvisa – non cambia la prospettiva. «Stretta sopra Roma se piove», rende perfettamente l’idea della città interpretata e abitata come stato d’animo, come dimensione interiore, più che geografica. Un punto fermo dentro un movimento ininterrotto tra dubbi, domande ed esitazioni.

    “Mappa Perfetta” parla di promesse, ma soprattutto di responsabilità. Quella di dare alle parole il valore e l’importanza che meritano. Di non usarle come rifugi temporanei, ma come strumenti capaci di creare legami, emozioni e sentimenti che resistono al tempo.

    Nel linguaggio digitale, sempre più rapido e meno umano, Niko si muove in controtendenza, riportando l’attenzione su ciò che viene detto e, soprattutto, sul modo in cui viene detto.

    Perché le parole non sono neutre. Si portano dietro quello che promettono, quello che negano, quello che eludono. Possono avvicinare, ma anche allontanare. Possono aprire, ma anche chiudere. Possono guarire, ma anche ferire. E una volta pronunciate, si depositano e lasciano traccia.

    È da qui che nasce l’idea di una “mappa” che non sia destinazione, ma assetto. Che non serva per arrivare altrove, ma per capire come ci si muove, cosa si dice, e con che intenzionalità.

    Perché forse, oggi, la vera mappa non è quella che ci porta da qualche parte.
    È quella che ci aiuta a capire dove siamo davvero, prima di scegliere se muoverci o fermarci.

  • “Anche se” è il nuovo singolo di FACE

    Da venerdì 6 febbraio 2026 sarà in rotazione radiofonica “ANCHE SE” (Qanto Records), il nuovo singolo di FACE, già disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale.

    Il brano “Anche se” racconta la resistenza emotiva nei momenti in cui tutto pesa, attraverso un sound diretto e in costante crescita che intreccia vulnerabilità e forza, muovendosi dal conflitto verso una possibile apertura. La canzone attraversa le zone d’ombra dell’animo senza perdere la spinta a proseguire, mantenendo una tensione costante verso il movimento. Tra malinconia e determinazione, il pezzo restituisce un equilibrio fragile ma consapevole, in cui la fragilità diventa una presa di posizione. Una canzone che parla a chi sceglie di restare presente anche quando il peso si fa sentire, riconoscendo nella musica uno spazio di confronto sincero.

    Spiega l’artista a proposito del brano: «”Anche se” nasce da quei momenti in cui tutto sembra pesare troppo. Quando ti ritrovi a farti domande su chi sei, se stai facendo le scelte giuste, se vale la pena essere te stesso fino in fondo. È una canzone che parla di fragilità, ma anche di quella forza silenziosa che ti fa andare avanti. Volevo raccontare quel conflitto interno che tutti abbiamo: da una parte il peso, dall’altra la voglia di non arrendersi. L’ho scritta per chi si guarda dentro senza paura, per chi sente profondamente e continua a resistere. È un brano onesto, che cresce a ogni ascolto, e spero possa arrivare a chi vive le emozioni come le vivo io».

     

    Il videoclip di “Anche se” è ambientato tra le montagne innevate di Aosta e utilizza il bianco e nero per ridurre l’immagine all’essenziale, eliminando ogni elemento superfluo. Il racconto visivo segue una relazione che si interrompe bruscamente: la caduta, il vuoto e il ripensamento diventano passaggi necessari di un percorso interiore. In quello spazio di sospensione emerge la consapevolezza che l’autenticità personale può avere un valore superiore alla paura della perdita. Le stesse montagne, inizialmente percepite come oppressive, diventano il luogo di una rinascita. Un passaggio dal buio alla consapevolezza che riflette il movimento emotivo al centro del brano.

    Guarda il videoclip su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=wxm_gvM664Y

     

    Biografia

    FACE è il progetto solista di Filippo De Fazio, cantautore bolognese e membro dei The Hangovers. La sua musica esplora amore, fragilità e resilienza attraverso testi intensi, capaci di emozionare e trasmettere forza. Un viaggio tra introspezione e determinazione.

    “Anche se” è il nuovo singolo di FACE già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica da venerdì 6 febbraio 2026.

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  • Pagine di Copland, Berio, Schoenberg e Puccini con i jazzisti Tracanna, Zambrini, Mangialajo e D’Auria sabato 21 febbraio alla Camera del Lavoro di Milano


    In prima esecuzione assoluta, l’Atelier Musicale ospita la performance di quattro protagonisti del jazz italiano che si confrontano con la musica di matrice eurocolta del Novecento 

    MILANO – La trasversalità del nuovo appuntamento dell’Atelier Musicale, ovvero il concerto del quartetto composto da Tino Tracanna (sassofoni), Antonio Zambrini (pianoforte), Tito Mangialajo Rantzer (contrabbasso) e Francesco D’Auria (batteria) in programma sabato 21 febbraio alla Camera del Lavoro di Milano, riflette in pieno la filosofia della rassegna organizzata dall’associazione culturale Secondo Maggio: quattro noti jazzisti dalle vaste competenze guardano, dal loro punto di osservazione, ad altrettante personalità della storia musicale del secolo scorso (Copland, Berio, Schoenberg e Puccini), affrontandone la musica attraverso melodie o spunti tematici provenienti da alcune loro opere in un processo in cui intervengono l’improvvisazione e il classico interplay jazzistico.
    È, sostanzialmente, un incontro con il mondo musicale di matrice eurocolta che si propone di trovare spunti originali per la realizzazione della performance di tipo jazzistico. Del resto, il jazz ha sempre guardato al mondo europeo colto, molto di più di quanto, sporadicamente, abbiano fatto gli autori del Vecchio Continente nei suoi confronti e nell’ultimo trentennio questo processo è enormemente cresciuto, soprattutto in ambito europeo, ma anche in quello statunitense.
    Di Puccini, antesignano di linee armoniche influenti nel primo Novecento, Schoenberg, maestro dell’atonalità e della dodecafonia, Copland, che per nascita si trovava in contatto anche con il mondo musicale afroamericano, e di un maestro del secondo Novecento come Berio (curiosissimo del mondo musicale che lo circondava) vengono affrontate con leggerezza e piacevolezza d’ascolto pagine importanti e funzionali al progetto.
    Dei quattro protagonisti del concerto, Antonio Zambrini, pianista raffinato che non solo ha collaborato con grandi personalità della scena nazionale e internazionale del jazz ma che si è distinto anche come leader e compositore (alcuni suoi brani sono nel repertorio di molti jazzisti di fama, tra cui Stefano Bollani), è l’autore di tutti gli arrangiamenti. C’è poi Tino Tracanna, solista di assoluto rilievo, artista progettuale e figura di riferimento del panorama jazzistico nazionale, anch’egli compositore e band leader, oltre che membro del quartetto storico di Franco D’Andrea e del quintetto di Paolo Fresu. Tito Mangialajo Rantzer è un contrabbassista molto richiesto in diversi ambiti stilistici del jazz, da quelli più tradizionali alla scena radicale. Infine, Francesco D’Auria, batterista e percussionista, è un musicista eclettico, con una lunga carriera internazionale al fianco di importanti esponenti della scena del jazz europeo.
    La prima milanese di questo quartetto rappresenta, dunque, una proposta di ascolto assolutamente originale e fuori dagli schemi abituali di ascolto.

    Atelier Musicale – XXXI edizione
    Sabato 21 febbraio 2026, ore 17.30
    Tracanna-Zambrini-Mangialajo-D’Auria
    Quattro tempi – La musica del Novecento
    Tino Tracanna (sassofoni), Antonio Zambrini (pianoforte), Tito Mangialajo Rantzer     (contrabbasso), Francesco D’Auria (batteria).
     
    Programma
    A. Copland: Fanfara per l’uomo comune;
    A. Schoenberg: Valzer da un frammento strumentale dal Pierrot Lunaire;
    L. Berio: Folk Song n. 8;
    A. Copland: Tema da  Appalachian  Spring;
    G. Puccini: Un bel dì vedremo;
    L. Berio: Sequenza per clarinetto;
    G. Puccini: Coro a bocca chiusa dalla Madama Butterfly;
    A. Schoenberg: Marcia su un frammento strumentale dal Pierrot Lunaire;
    G. Puccini: E lucean le stelle.

    Arrangiamenti di Antonio Zambrini.
    Prima esecuzione a Milano.
    Introduce  Maurizio Franco.

    Dove: Auditorium Di Vittorio della Camera del Lavoro, corso di Porta Vittoria 43, 20122 Milano.
    Inizio concerti: ore 17.30.
    Ingresso: 10 euro con tessera ordinaria (5 euro) o di sostegno (10 euro).
    Per informazioni: 3483591215; email: secondomaggio@alice.it; eury@iol.it
    Direzione e coordinamento artistico: Giuseppe Garbarino e Maurizio Franco.
    Organizzazione: associazione culturale Secondo Maggio.
    Presidente: Gianni Bombaci; vicepresidente: Enrico Intra.