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  • Mada, l’assenza volontaria dai social e un debutto che intercetta una sensibilità diffusa tra i giovanissimi

    Esistere in un’epoca che consuma ogni slancio vitale sotto il peso di notifiche e algoritmi significa, spesso, rassegnarsi a un’apatia indotta. Ci siamo trasformati in «animali da divano» che pretendono di cambiare il mondo con un semplice click, mentre fuori le cronache narrano di mari che inghiottono sogni e di un’ecologia che resta confinata tra le pagine di un giornale, incapace di restituirci l’aria. In questo contesto di “dipendenza cerebrale”, dove la città assume le sembianze di un alienante «alveare blu», si innesta “Ma ci sei tu”, il debutto discografico di Madda, già vincitrice della sezione interpreti del Concorso Nazionale Premio Giancarlo Bigazzi 2023.

    Oggi, a soli diciannove anni, Madda ha fatto una scelta radicale: quella di non possedere profili social. E nell’epoca che impone la reperibilità costante e la scomposizione della vita privata in frame da quindici secondi, la sua assenza digitale non è un rifiuto del presente, ma il bisogno di preservare uno spazio personale non mediato. Una decisione che intercetta una sensibilità sempre più diffusa tra i giovanissimi, attenti a difendere la propria dimensione privata e a ridurre l’esposizione costante. Ma anche un segnale, che invita il mondo adulto a interrogarsi sui modelli proposti finora e sul rapporto tra identità, visibilità e tempo. Madda abita il proprio percorso artistico esclusivamente con la musica, sottraendosi a quella soggezione che «addormenta il cervello» per preservare una personalità che non ha bisogno di feed per esistere.

    Scritta da Marco Falagiani e Valentina Galasso e prodotta da Marco Falagiani e Diego Basso per GB Music, “Ma ci sei tu” non è una semplice ballata: è il racconto di una presenza che diventa punto fermo in un tempo che non si ferma mai. In un mondo che corre, calpesta e divora, Madda individua nell’altro l’unica vera oasi di sicurezza, l’unico «mezzo grammo di poesia» capace di contrastare un’indifferenza sempre più sistemica. Il brano racconta una generazione divisa tra la tentazione di fuggire verso orizzonti da cartolina e la necessità di restare per «ammazzare le paure figlie della diffidenza».

    «Nel caos della quotidianità moderna – racconta -, c’è sempre più bisogno di un cuore che batte forte e che ci fa sentire vivi aldilà di tutto. La benzina che lo alimenta è sempre l’amore che non passa mai di moda, che costruisce intorno a noi un’oasi di tranquillità e sicurezza e che ci rende invincibili davanti agli ostacoli che giorno dopo giorno la vita con indifferenza ci pone davanti.»

    Trionfare al Premio Giancarlo Bigazzi senza aver mai ceduto alla dittatura del “mi piace”, oltre ad essere un merito artistico, è un sabotaggio gentile ad un sistema che ci vuole tutti prevedibili, tutti iper-connessi e profondamente soli.

    Con un’interpretazione che omaggia la grande tradizione autorale italiana — nobilitata dal legame con il nome di Bigazzi — Madda si fa portavoce di un desiderio: quello di non risvegliarsi mai dal sogno in cui l’altro è presente, perché solo attraverso questa connessione reale si può sperare di «fermare la violenza» e cambiare, finalmente, la direzione del nostro cammino.

  • L’estetica della coscienza nel rap umanista di Rigo: “Al Porto”, tra l’archè di Talete e le maree dell’esistenza

    C’è un luogo in cui le storie nascono, si sviluppano, magari si interrompono, ma non si esauriscono mai del tutto perché scelgono di sostare. Un luogo in cui i saluti non sono mai definitivi e i ritorni non sono mai casuali: Rigo lo chiama “Al Porto” (Watt Musik), un’opera di 11 tracce che prende forma tra banchine e moli, dove i venti non si limitano a soffiare ma invertono la rotta dei pensieri. Un punto di raccolta per esistenze ordinarie, per vite che si sfiorano senza incrociarsi davvero. Per pensieri che restano ancorati alla linea di costa, o forse solo ormeggiati a ridosso del tempo che scorre, come le barche prima della partenza.

    Rigo, insegnante di storia per vocazione e rapper per necessità espressiva, architetta un disco che è, a tutti gli effetti, un’analisi antropologica delle solitudini e delle inerzie contemporanee. Il porto, scenario fisico e simbolico del progetto, smette di essere una semplice cornice paesaggistica per farsi avamposto critico: uno spazio dove le vite si affacciano senza spiegarsi, dove le storie non hanno nulla di sensazionale ma esistono, semplicemente. Una dimensione in cui il rap recupera la sua missione originaria di narrazione del reale, depurandosi da ogni cliché di genere per farsi lingua affilata, consapevole e profondamente radicata nel tessuto sociale del Paese.

    Il disco si articola come una sequenza di “storie di bordo” che sono, in realtà, riflessioni sulla nostra collocazione nel mondo. Rigo non inventa né costruisce personaggi. Osserva le persone.

    C’è Sergio, il vedovo che guarda indietro e fa i conti con le parole non dette.
    C’è il ragazzo che promette di non tornare e poi torna.
    C’è la surfista che cerca nell’alba la sua onda.
    C’è il prete che interroga la propria fede, e con lui il dubbio laico di chi si specchia nella crisi delle istituzioni morali.
    C’è il pescatore che ha rinunciato all’arte per restare ancorato al lavoro.
    C’è una coppia che attraversa il dolore per ritrovarsi.

    Non parlano tra loro. Ma si riconoscono nell’ombra che proiettano sulla banchina. E nello sguardo lungo che rivolgono all’orizzonte.

    Rigo annota, senza giudicare. La sua scrittura analitica evita l’emozionalismo per privilegiare la verità del racconto. Una verità laterale, capace di illuminare gli angoli meno battuti della quotidianità. Il suo rap non guarda alla società con cinismo, ma con occhio storiografico, rintracciando nelle piccole liturgie quotidiane di un pescatore o nella solitudine di una surfista i segni di una dignità ferma, stanziale, che non teme la marea e, per questo, persiste.

    La title track, architrave di tutto il progetto, diventa una cerniera tra ciò che siamo e ciò che abbiamo il coraggio di dire, erigendo il mare a tribunale silenzioso che accoglie le nostre omissioni. Un mare che a volte accoglie, a volte respinge, a volte restituisce ciò che sembrava perduto, lasciando che siano i silenzi tra un’onda e l’altra a suggerire la direzione.

    “Al Porto” riesce a far convivere la metrica del beat con il rigore dell’analisi storica, suonando ritmicamente moderno e intellettualmente antico, senza averne paura.

    Se in “Temporale Estivo” — brano apripista che ha già segnato una linea di demarcazione nel racconto della genitorialità — il clima era pedagogico, nell’album questa visione si espande a ogni ambito dell’esistenza. Rigo, pur non confezionando soluzioni ottimizzate o messaggi rassicuranti, muove una proposta profondamente positiva, fondata sull’idea che la conoscenza di sé e della propria storia sia l’unico equipaggiamento possibile per navigare l’incertezza.

    Un pezzo come “33 Giri” evienzia i nervi scoperti di un discorso che rivendica la necessità di applicare il pensiero critico. Nella vita, come su un beat.

    Il maestrale che porta via un figlio, il garbino che ne annuncia un altro, sono i segnali di una natura che scandisce il tempo come un metronomo silenzioso. In “Incipit“, l’artista cesenate mette in chiaro le coordinate del viaggio della vita: dalle morti del Serapeo fino alla stanza che contiene il cosmo, l’invito è quello di leggere le “istruzioni per l’uso” prima di provare a definire cosa significhi essere umani. Una storiografia applicata al flow, in cui il naufragio non è mai fine a sé stesso, ma funge da tessuto connettivo tra le epoche.

    Ne “Il marinaio e la sua sposa“, in feat. con Iam Elle, l’odore di pescato e l’aurora che sovrasta il fronte non sono suggestioni romanticizzate, ma simboli dei pesi effettivi di una stiva che trattiene vite scisse tra il mare e il mutuo a tasso fisso. La solitudine di chi vive “l’orizzonte al contrario” si specchia in quella di “Naufragio” (feat. Slat e Iam Elle), dove il mare accoglie per non annegare l’identità. Qui, Rigo smaschera l’indifferenza di uno spoken world che separa l’umanità per giorni della settimana, richiamando l’archè di Talete per trovare un rifugio, una domus, contro le anime inquiete sulle sponde del Lete.

    Infine, con “Segni d’arena“, il disco raggiunge la sua consapevolezza più alta: l’arte della voce come unico segno permanente contro l’afonia del tempo. Non c’è spazio per compiacersi, solo per una grafia che è simbolo di movimento, un’essenza di prosodia che resiste anche quando l’onda cancella la battigia. La narrazione si chiude così in un eterno ritorno: dalla madre da cui si esce “individuati ed emancipati” fino al carro d’Apollo, ricordandoci che la vita, proprio come il mare, può avere alti e bassi, ma alla fine è una marea che ci consola per gravità.

    Laddove la società premia l’evasione, “Al Porto” impone una contrapposizione: quella di chi sceglie di raccontare la permanenza. Rigo dimostra che il rap può e deve essere un veicolo di complessità, uno strumento per tradurre il disordine del presente in una forma dotata di senso e dignità. È un album progettato per un ascolto stratificato, capace di attrarre l’attenzione di chi cerca nella musica non solo un sottofondo, ma un interlocutore.

    Al termine di questo viaggio tra moli e maree, non resta solo il suono di una brezza che sussurra al domani, ma la solida consapevolezza che la musica, quando è sorretta da una necessità espressiva, possiede ancora il potere di trasformare la cronaca di una vita nell’epica di una società intera.

    Rigo sceglie di restare sulle persone, sui legami, sui vissuti che non si archiviano. E da lì, continua a osservare.

    “Al Porto” – Tracklist:

    1. Incipit
    2. 33 Giri
    3. Amor In
    4. Il Marinaio e la sua Sposa (feat. Iam Elle)
    5. Prima Era
    6. Naufragio (feat. Slat e Iam Elle)
    7. Al Porto
    8. Segni d’Arena
    9. Mare d’Inverno
    10. Esco Vago Torno
    11. Temporale Estivo (feat. Paco)

  • Robinson Crusoe entra nei contrasti della Gen Z: Namarian racconta il naufragio di un rapporto tossico e magnetico in “Di Te”

    «Mi sento un naufrago alla Daniel Defoe, perso su un’isola alla Robinson Crusoe». Inizia così, con un riferimento esplicito ai classici della letteratura, “Di Te”, il nuovo singolo di Namarian, giovane promessa del pop-urban toscano classe 2005.

    A vent’anni, l’artista sceglie un immaginario che sembra distante dalla sua generazione per raccontare una deriva che, invece, le è profondamente interna. In “Di Te”, la letteratura classica non viene utilizzata come un ensemble di citazioni colta fine a sé stesse, bensì come strumento narrativo volto a mettere ordine, ad organizzare razionalmente ed emotivamente un conflitto interno specifico: quello tra un corpo che resta agganciato a una relazione finita e una mente che ha già deciso di andarsene.

    Robinson Crusoe diventa così l’emblema di un isolamento interiore spogliato da ogni forma di romanticismo. Namarian, al secolo Francesco Bertoli, non mira a nobilitare il racconto, ma ne usa il mito per necessità: la figura del naufrago, solo su un’isola mentre il mondo continua altrove, è la metafora più onesta per descrivere un legame che sopravvive solo nel contatto fisico, mentre sostanza, complicità e sintonia sono già evaporati. È il paradosso di un naufragio a due, consumato tra le mura di una stanza che non è più un rifugio, ma uno spazio in cui l’intimità diventa l’ultima barriera contro la consapevolezza della fine. In questa dispersione, il riferimento a Defoe smette di essere un richiamo scolastico per trasformarsi nell’istantanea di una generazione che si sente isolata proprio nel momento del massimo contatto, persa in una “zona grigia” in cui il desiderio è l’unica bussola rimasta a indicare una rotta ormai perduta.

    Articolato su un sound che fonde l’energia del pop-punk americano alle metriche del pop-urban italiano, il pezzo mette a nudo l’incapacità di staccarsi da ciò che ferisce. «Non vale se per parlare mi spogli» recita il ritornello, mettendo l’accento su come la distrazione fisica diventi spesso un ostacolo alla risoluzione dei conflitti.

    «Ho iniziato a scrivere questa canzone quasi per sfogo, dopo una storia complicata che mi ha lasciato addosso più domande che risposte – spiega Namarian -. Volevo raccontare quel caos, quella conversazione mai avuta. Scriverla è stato un atto di onestà; non una vittoria, ma una liberazione amara. A volte lasciar andare non è debolezza, è estrema lucidità.»

    Cresciuto in una famiglia legata a doppio filo alla musica, Namarian inizia a scrivere testi e comporre melodie a soli 13 anni. Polistrumentista e autore, rappresenta l’evoluzione del pop-urban italiano, grazie ad una scrittura che non rinuncia alla melodia ma cerca al contempo una profondità testuale rara per la sua età. Dopo diverse esperienze live e pubblicazioni con etichette indipendenti, con “Di Te” definisce ulteriormente un’identità sonora che guarda alla scena internazionale senza perdere le radici cantautorali.

    “Di Te” è un naufragio senza mare e senza tempesta, consumato tra quattro pareti. Non c’è salvezza da cercare altrove, solo la consapevolezza di essere rimasti soli prima ancora di dirsi addio. Un invito a chiudere le porte che fanno male, accettando che, a volte, l’unica terra ferma possibile è quella che troviamo ricominciando da noi stessi.

  • La cronaca di una caduta e di una risalita: Amasu è l’outsider del pop che ha barattato i talento show per la polvere dei live

    Esiste una fetta di artisti che ha smesso di citofonare ai talent show per farsi ascoltare e ha ricominciato a macinare chilometri. È il sottobosco creativo di cui fa parte Amasu, al secolo Angelo Masullo, classe ’98 da Montesano Scalo (SA), che con il nuovo singolo “Come Nuvole” (Otherside) mette a segno un paradosso sempre più tipico della nuova discografia fluida: un progetto totalmente indipendente capace di scardinare le gerarchie di una discografia che spesso appare blindata, attirando l’attenzione dell’alta accademia sanremese.

    A scommettere sul talento del cantautore salernitano è stato infatti il Maestro Enzo Campagnoli (già bacchetta al Festival 19 volte per artisti come Elisa, Lazza, Orietta Berti, Dargen D’Amico e molti altri), che dopo averlo visto dal vivo ha deciso di portarlo in studio, certificando un’urgenza espressiva che prescinde dalle logiche degli algoritmi.

    La sua non è una storia di viralità programmata, ma di bozze trasformate in canzoni, figlie di un percorso che si nutre soprattutto di polvere e palchi. In un’estate trascorsa a costruire un tour senza l’appoggio di booking strutturati, il cantautore salernitano ha conquistato spazi di rilievo come il Meeting del Mare, aprendo i set di pesi massimi del nuovo scenario italiano come l’eleganza jazz di Marco Castello e l’avanguardia partenopea de La Niña.

    Amasu rappresenta quel segmento di artisti che sta riscrivendo le regole del gioco: professionalità da major, attitudine indie e una credibilità costruita on-stage, lontano dal dogma dell’hype obbligato. Il suo percorso è la prova che il merito, a volte, riesce ancora a farsi strada nella saturazione dei cataloghi digitali e nel bulimico affollamento delle release settimanali.

    «Non scrivo per riempire un vuoto editoriale – racconta -, ma per trasformare il mio vissuto in qualcosa in cui le persone possano identificarsi, sentendosi meno sole. “Come Nuvole”, per me, rappresenta il momento in cui la musica è diventata l’unico respiratore possibile.»

    Il brano è una collisione tra pop, introspezione e urgenza quasi catartica, una lettera d’addio che chiude il cerchio aperto con il precedente singolo, “Parte di me”. La cronaca di una caduta e di una risalita, supportata visivamente da un’estetica curata personalmente dall’artista, dal fotografo e videomaker Federico Gonnella e dalla presenza nel visual video ufficiale di Marina Monaco, a testimonianza di una visione cross-mediale che unisce il mondo dei social alla sostanza del live.

    Concepito nel 2019 ma giunto a una maturazione espressiva solo nell’ultimo anno, “Come Nuvole” si muove su un crinale sottile, dove l’istantaneità del pop incontra la sensibilità malinconica dell’alternative indie. La produzione, curata da un team che include lo stesso Masullo insieme a Gabriele Marmondi e Ludovico Rebecchi del Londi Studio, riflette questa dicotomia: un arrangiamento che invita all’ascolto immediato, ma che cela nelle trame del testo le ombre di un momento di isolamento profondo.

    «È una delle canzoni più difficili che io abbia mai scritto – conclude -. È nata da una sofferenza che mi ha tolto il fiato, dal senso di abbandono. Scriverla ha fatto sì che quel buio si trasformasse in qualcosa capace di farmi sentire di nuovo vivo.»

    L’obiettivo di Amasu è chiaro: far sentire chi ascolta meno solo nelle proprie ferite, nelle proprie paure. La sua proposta si fa carico di una missione, quella di scardinare il silenzio, facendo sì che un crollo personale diventi un racconto in cui l’ascoltatore possa specchiarsi e identificarsi. Non ci sono filtri, ma l’esigenza di parlare a una generazione che spesso non trova le parole per descrivere quel senso di smarrimento. La musica, qui, torna a essere un rifugio dove mostrare i propri graffi non è più un limite, ma l’unico modo per capire di essere ancora vivi.

    Con questa release, il cantautore salernitano si conferma come una delle voci più interessanti della nuova scuola campana, rivendicando il diritto all’errore e alla verità di chi ha scelto la strada più lunga per arrivare esattamente dove doveva essere. Restando fedele a una scrittura che non teme i propri lividi, ha trasformato la propria assenza di barriere nella sua più grande forza d’urto.

  • Il sarto della musica italiana Radiosuoff cuce sogni e neve su una Bari inedita

    Una città di mare sotto la neve. Bari trasformata in un paesaggio invernale che non le appartiene, una distesa bianca che interrompe l’abitudine e si fa spazio tra i palazzi della costa. Sotto questa coltre inedita, Radiosuoff, all’anagrafe Luca Laruccia, firma il suo atto di riappropriazione artistica con il singolo “Fuori Nevica”.

    Laruccia, l’artigiano delle parole che la critica ha ribattezzato il sarto della musica italiana per la sua capacità di modellare successi per terzi e per la sua sapiente scrittura, decide di riprendersi la propria voce dopo anni passati all’ombra dei grandi palchi nazionali.

    L’artista sveste i panni del chitarrista d’eccezione — già al fianco di giganti come Francesco Renga, Giusy Ferreri, Irene Grandi e star internazionali del calibro di LP e Dotan — per tornare al centro della scena con un brano che, anche grazie alla produzione del Maestro Marco Falagiani e alla co-produzione di Lavù, segna un banco di prova cruciale: l’unione tra una melodia immediata, quasi epidermica, e una narrazione intima e tersa, che recupera la tenerezza dei legami più puri.

    Tutto il racconto gravita attorno a un’immagine tanto ancestrale quanto inusuale: una Bari sommersa dalla neve. Un’idea nata anni fa e oggi cristallizzata in una produzione che fluttua tra il ricordo e la riappropriazione di sé.

    «Questo brano – dichiara Radiosuoff – rappresenta per me una nuova sfida: portare una musica orecchiabile ma con un testo che racconti davvero una storia. Con “Fuori nevica” vorrei trasmettere un messaggio che sembra smarrito: l’amore vissuto con estrema dolcezza, che sia quello tra due amanti o il legame indissolubile tra un padre e un figlio.»

    Questa dedizione alla parola, che lo ha portato a firmare numerosi brani per i circuiti dei grandi festival nazionali, è racchiusa nello pseudonimo scelto: Radiosuoff. Un nome che sottolinea la volontà di silenziare il rumore di fondo e le sovrastrutture, per lasciare che a parlare sia solo la composizione nella sua forma più pura. Un approccio che gli ha permesso di perfezionarsi negli anni come cantautore, raccogliendo risultati importanti con singoli come “Scrivimi”, “Acqua Minerale” e “Amore Discount”.

    La componente visiva di “Fuori Nevica” è destinata a generare un forte impatto, non solo per l’estetica raffinata ma per il suo valore simbolico. Scritto e ideato dallo stesso Radiosuoff e realizzato dal regista Gianluca Giannini attraverso un uso pionieristico e autoriale dell’Intelligenza Artificiale, il videoclip ufficiale trasforma il capoluogo pugliese in un paesaggio onirico e ovattato.

    In questa tela digitale, un non-luogo innevato che sovverte i lineamenti geografici della città, si muove il piccolo Mattia, figlio di Luca. Accanto a lui, a caricare l’opera di ulteriore umanità, la presenza di un’icona del calcio come Igor Protti. L’eroe della Curva Nord, simbolo di una comunità intera, presta il volto a un progetto che mescola vita vissuta e suggestione algoritmica in un momento personale delicatissimo.

    «Ho voluto fortemente un cameo di Igor Protti, eroe indiscusso della città che oggi sta combattendo una battaglia personale difficile – confida Laruccia -. Vedere Bari sotto la neve, seppur con il supporto dell’IA, restituisce un realismo tale da creare scalpore, un’emozione che spero arrivi dritta allo spettatore.»

    Tra riflessi di luce e fiocchi che cadono su una vita che «rotola e si scopre sempre un po’ più scomoda», Radiosuoff dimostra che la vera maestria non sta solo nel saper suonare sui palchi più prestigiosi, ma nel saper attendere il momento giusto per raccontarsi. “Fuori nevica” è il perfetto come back di un artista che ha smesso di stare in ombra per illuminare, con la propria voce, quel sentimento chiamato amore che, alla fine, avrà la forza di sciogliere anche la neve più ostinata.

  • Dopo le collaborazioni con Ennio Morricone, Mike Patton e Disney, il “Duca dell’Hammond” Enri Zavalloni entra nella club culture

    La finestra è appannata, fuori è inverno, ma dentro, il tempo rallenta. Neon viola e blu tagliano il vetro come un’insegna che non vuole farsi dimenticare; una drum machine scandisce il passo, i synth scivolano morbidi, l’atmosfera si fa densa, elegante, immersiva. “Sexy Things” di Enri Zavalloni prende forma in questo spazio.

    L’artista che per trent’anni ha fatto dialogare l’organo Hammond con il cinema internazionale – da Netflix alla Marvel – e il jazz-funk più colto, decide di abitare il presente con un brano, edito per Watt Musik, che simboleggia l’approdo di una ricerca. Una ricerca che unisce l’artigianalità del suono analogico alle estetiche digitali della Vaporwave, mantenendo intatta un’identità musicale costruita nel tempo. Nel suo percorso, l’organo Hammond non è mai stato uno strumento tra gli altri. È diventato una firma, un centro di gravità stilistico che Zavalloni ha portato dal jazz-funk alle colonne sonore, dalle collaborazioni internazionali alle produzioni d’autore. Una riconoscibilità che gli è valsa l’appellativo di “Duca dell’Hammond” come espressione di una coerenza sonora precisa.

    “Sexy Things” è un brano a bassa verbosità – poche parole, voci da pista come materia timbrica – che lavora su immaginario, ritmo, sensualità del suono: la sensazione di una fredda notte d’inverno che diventa avvolgente, luminosa e digitale.

    Nella bozza di questo immaginario c’è il camino, certo, ma l’iconografia viene spostata: il calore non passa dai cliché delle feste né da gelide distese innevate, bensì da un’euforia patinata, intrisa di Vaporwave e Chillwave. Una risposta percettiva a mezz’aria tra intimità fisica e desiderio sintetico, dove il passato cessa di essere un riverbero e diventa superficie, colore, texture. È qui che “Sexy Things” intercetta un modo contemporaneo di vivere e abitare l’inverno – più sensoriale, meno rituale – e lo traduce in suono.

    La produzione si muove tra synth pad ampi, riverberi e delay “sognanti”, e un’ossatura ritmica che guarda con rispetto alla Roland TR-808: una citazione tecnica dichiarata, che inserisce il brano dentro una genealogia precisa. Il riferimento visivo è quello dei film notturni e neo-noir – l’eco di Drive e Blade Runner è esplicita nell’immaginario -, ma l’effetto non è freddo: è velluto, è luce artificiale che scalda. In maniera naturale.

    “Sexy Things” è un pezzo pensato per stare bene dove conta l’atmosfera: serie e film con estetica anni ’80, spot che cercano una sensualità sofisticata e “dreamy”, documentari e videogiochi in area retro-futurista. In altre parole: la canzone è già un set, già una palette, già un mood narrativo pronto da agganciare.

    «Con “Sexy Things” – dichiara Zavalloni – ho cercato una dimensione più raccolta. Volevo un suono che fosse in grado di costruire una situazione, più che raccontarla, e che lasciasse spazio alle sensazioni. Dove l’elettronica non serve a ballare, ma a sentire. È il mio modo di tradurre la sensualità di un momento in una grammatica che sia contemporanea, ma che conservi l’anima dei miei strumenti.»

    Lì dove la musica incontra l’atmosfera, “Sexy Things” trova la sua collocazione naturale. Non è un brano da consumo rapido, ma un’atmosfera da attraversare. Enri Zavalloni lavora sul clima, su una scrittura che privilegia la percezione, le sensazioni e la definizione dello spazio come esperienza sensoriale.

  • “Lamù o Sampei?”: il viaggio amarcord di una generazione cresciuta scegliendo

    C’è stato un tempo in cui scegliere significava prendere posizione, anche da bambini. Non perché mancassero le alternative, ma perché ogni scelta aveva conseguenze. Prima di Facebook, prima dello streaming, prima dello scroll continuo, prima che tutto fosse disponibile subito, scegliere faceva parte della quotidianità.

    È la storia di una generazione cresciuta senza gli algoritmi, quando il tempo non era ancora scandito – e spezzato – dalle notifiche dei social e l’immaginario non passava da uno schermo personale, ma da un salotto, da una VHS consumata, da una scelta fatta insieme. Ed è da lì che il cantautore torinese Gianpaolo Pace guarda il presente: da una grammatica elementare dell’infanzia che oggi sembra lontana, ma continua a orientare quei figli diventati padri e madri, usando il passato non come abito nostalgico, ma come termine di confronto.

    Lamù o Sampei?”, il suo nuovo singolo per Pako Music Records, nasce in quello spazio di passaggio tra analogico e digitale, tra maturità e disincanto, tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati senza nemmeno accorgersene.

    Nel testo del brano il passato non viene mai idealizzato. Appare così com’era: frammentato, disordinato, a volte persino ingenuo. I floppy disk convivono con la Panda, il Costanzo Show con la “Lambada”, la morte di Vialli con i sogni di ricchezza visti in Blow. Non c’è compiacimento, ma una sequenza di immagini che chi ha vissuto quegli anni riconosce al primo sguardo, senza bisogno di spiegazioni.

    È il racconto di un’età in cui si cresceva “Tra palco e realtà”, con la sensazione costante di essere in mezzo: tra quello che si desiderava e quello che sembrava possibile, tra promesse fatte con il mignolo e progetti lasciati a metà. Le sigarette fumate di nascosto, le cassette mangiate dallo stereo, le notti davanti a una VHS che non stancava mai non sono descritti come simboli, ma per quello che erano davvero: semplicemente, punti fermi.

    Oggi, guardandosi intorno, quel tipo di certezze proprio delle cose piccole, delle abitudini, di un’idea di futuro che non aveva bisogno di essere continuamente ridefinita, sembra più difficile da riconoscere, come se fosse appannaggio di un tempo lontano, perduto. E questo non perché manchino le possibilità, ma perché è cambiato il modo di stare nel tempo e nelle scelte.

    Nel testo di “Lamù o Sampei?” torna più volte una parola che dice molto più di quanto sembri: sopravvissuti. Sopravvissuti ai floppy disk, a Netlog, a un immaginario televisivo e musicale che non prometteva ricchezze o salvezze, ma offriva comunque appigli: immagini, rituali, orizzonti semplici dentro cui crescere. Non c’era la garanzia di arrivare lontano, di “fare successo”, di “diventare i migliori”, ma c’era l’idea che si potesse arrivare da qualche parte avendo un sogno in tasca, qualcosa in cui credere abbastanza da provarci.  Ed è forse questa differenza, oggi, ad essere più evidente.

    La promessa di futuro vista dall’infanzia è uno dei punti centrali del brano e prende forma in frasi come «Comunque massimo a trenta io mi sposo, lo sai? Perché altrimenti un figlio non lo farò mai» e «io alla tua età». Frasi che oggi possono suonare obsolete, perfino prescrittive, ma che raccontano perfettamente un’epoca in cui il domani era pensabile perché non chiedeva di essere eccezionali e aveva contorni riconoscibili, una forma sufficientemente chiara da poterci stare dentro.

    In quelle promesse non c’era un modello da imitare, né un’idea unica di riuscita. C’era piuttosto il desiderio di una stabilità accessibile che non passava dal successo, fatta di quotidianità e continuità. Non un sogno spettacolare, ma un futuro che non domandava di dimostrare il proprio valore a ogni passo. È qui che il brano mette a fuoco il presente: un tempo che ha moltiplicato le possibilità, chiedendo però, in cambio, una costante ridefinizione di sé; un’infanzia che immaginava il domani come un luogo abitabile, contro un presente che ha moltiplicato le opzioni e assottigliato il senso delle scelte.

    La generazione cantata da Pace non viene descritta come privilegiata né come sconfitta, ma come quella che è passata attraverso i cambiamenti senza istruzioni, adattandosi a un mondo che mutava mentre lo si stava ancora imparando. “Sopravvivere”, per l’artista, non equivale a resistere al tempo che passa, ma al restare riconoscibili dentro il cambiamento. È il filo che tiene insieme l’infanzia analogica e l’età adulta digitale, il motivo per cui il passato non viene idealizzato e il futuro non viene mitizzato. E da questa condizione — non nostalgica, ma vigile —, nasce il bisogno di tornare a interrogarsi su cosa significhi scegliere.

    Quando l’artista canta dei Tamagotchi “uccisi”, delle modifiche alla Play, non sta facendo un’operazione di recupero pop. Sta mostrando il momento specifico in cui il gioco smette di essere solo gioco e diventa allenamento all’attesa, al limite, al “no”. Anche la «la noia costante» viene raccontata esattamente per quello che è: non un nemico da eliminare, ma una condizione da attraversare.

    E allora la domanda finale non riguarda più solo l’infanzia. «Scegli: Lamù o Sampei?» diventa un quesito rivolto agli adulti di oggi, a chi si muove in un tempo che chiede velocità ma non direzione. Non per tornare indietro, ma per capire se siamo ancora capaci di scegliere qualcosa — una cosa sola — e restarci dentro. Perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa, e assumersi la responsabilità di quella rinuncia. E ricordare, qui, non serve a tornare indietro. Serve a capire che tipo di adulti siamo diventati.

  • Il rispetto prima dell’algoritmo: Christian De Curtis e l’amore che non aveva bisogno di Wi-Fi

    C’era un jukebox che cantava, la sabbia ancora tiepida sotto i piedi, il mare come unico testimone. Niente notifiche, niente schermi, solo corpi che si cercavano prima ancora delle parole. È da questa istantanea che prende forma “Cartoline”, il nuovo progetto di Christian De Curtis: un brano autobiografico che rievoca un’estate vissuta in Sardegna nel 2006 e che oggi riaffiora in quattro versioni diverse, raccolte nell’omonimo EP.

    Nel racconto di “Cartoline” c’è soprattutto un confronto silenzioso tra due epoche: quella in cui ci si conosceva guardandosi negli occhi, e quella in cui le relazioni passano sempre più attraverso uno schermo. Una riflessione matura e consapevole sul modo in cui abbiamo smesso di esserci davvero, sostituendo la presenza con la mediazione continua del digitale.

    La contrapposizione tra l’esperienza fisica, diretta e imperfetta del passato e la comunicazione filtrata, frammentata e superficiale del presente.

    Nato da un taccuino impolverato ritrovato dopo quasi vent’anni, pieno di appunti sparsi, immagini e frasi mai diventate canzone, il brano racconta un flirt estivo, breve ma intenso, vissuto lontano dai social. Un’estate fatta di sguardi, silenzi, contatti reali. «Ci toccavamo con rispetto e follia», scrive De Curtis, sintetizzando una generazione che si è conosciuta senza chat, senza messaggi cancellabili, senza profili da costruire. Un ricordo rimasto cristallizzato nel tempo, fino a trovare finalmente una dimensione musicale che dialoga con il presente senza nostalgia, riportando al centro la presenza nel modo di stare con l’altro, di parlarsi, di guardarsi, di vivere davvero dentro ciò che accade.

    Oggi, quella stessa storia, è disponibile in quattro versioni, come se cercasse ogni volta una voce diversa per farsi ascoltare:

    1. Cartoline
    2. Cartoline – Go To Disco Project Remix
    3. Cartoline – De Curtis Electrix
    4. Cartoline – PianoLove Version

    Se le prime tre mantengono il legame con il background dance e house dell’autore, è la PianoLove a stringere l’inquadratura, portando il testo in un registro più intimo. Una rilettura essenziale, costruita intorno al pianoforte, dove sono le immagini a parlare.  È lì che “una cartolina, due righe e un addio” diventa l’ultima forma di contatto prima dell’era delle chat.

    «Con questa release – dichiara l’artista – voglio lanciare un messaggio che mi sembra si sia un po’ perso: il valore del rispetto. Oggi ci si conosce tramite chat, ci si mette insieme su WhatsApp, tutto è mediato da uno schermo. In “Cartoline” racconto l’esatto opposto. Anche se parlo di una storia fugace, quello che mi preme sottolineare è che la persona che abbiamo davanti merita sempre rispetto. Quel rispetto, unito alla follia tipica dell’innamoramento, è ciò che rende un momento indimenticabile. Scrivendolo, volevo celebrare il volersi conoscere davvero, il raccontarsi guardandosi negli occhi, il viversi il presente in prima persona senza filtri digitali. In quel ricordo del passato, io e lei parlavamo faccia a faccia e il mare faceva il resto, diventando il complice di quei segreti. Mi piacerebbe che chi ascolta si prendesse il tempo per fermarsi a riflettere su questo: sulla bellezza di un contatto effettivo, di un’emozione vissuta sulla pelle e non attraverso un clic. È quel segno indelebile, come un tatuaggio, che un algoritmo non potrà mai darci.»

    De Curtis – voce radiofonica e producer con un percorso ventennale legato alla dance – sceglie qui di scrivere per la prima volta in italiano, spostando l’attenzione dalla pista alla parola, per dar voce a un’estate “scritta sotto pelle”, ma soprattutto al parallelo tra un tempo in cui “i corpi parlavano prima delle parole” e quello dove restano “faccine e bugie”, “messaggi spuntati e mezze poesie”.

    Una distanza che non è solo temporale e geografica – «tu in una città, io in un’altra metà» -, ma anche e soprattutto comunicativa. La riduzione dell’intimità a segnale, l’abitudine a restare in contatto senza esporsi, a sfiorarsi senza toccarsi davvero. Ed è qui che “Cartoline”, da un brano-ricordo del passato, diventa immediatamente attuale: perché non racconta un’epoca svanita, ma lo svanire della forma più piena di stare insieme dentro la nostra.

    Anche l’immagine scelta per accompagnare il progetto va in questa direzione.
    L’artwork, firmato Pamela Tallarita, mostra un gruppo di amici sulla spiaggia al tramonto, accanto a un’auto carica di bagagli. La luce è calda, le figure sono in controluce, il mare resta sullo sfondo.

    “Cartoline” racconta cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso, e lo fa con un immaginario semplice, fisico, pieno di dettagli: la schiena salata, il vento, la spiaggia vuota, il mare come testimone, le parole pagate a messaggio, gli abbracci lasciati agli squilli. Con questo brano, De Curtis intercetta un tema che riguarda tutti – relazioni, linguaggio, educazione sentimentale, tecnologia – e lo porta in una forma accessibile e immediata. È una canzone che si presta a essere citata, ripresa, discussa. E soprattutto, ci ricorda che le emozioni non hanno bisogno di schermi per esistere.

  • Nikasoul riscrive il proprio percorso artistico con “Come un Temporale”

    Nikasoul è una figura che ha attraversato linguaggi e piattaforme diverse, costruendo negli anni una presenza riconoscibile tra televisione, musica, live e social. Un percorso articolato, fatto di esposizione mediatica e sperimentazioni espressive, che oggi trova una nuova direzione con “Come un Temporale” (Jayworks Music/Discolove), brano che segna un passaggio netto verso una dimensione più musicale, più corporea, più centrata sulla voce.

    Questa uscita rappresenta un ritorno all’essenziale: meno sovrastrutture, più spazio all’identità sonora e alla relazione diretta tra voce e ritmo. “Come un Temporale” unisce ballabilità e presenza vocale, collocandosi in quella zona di confine tra pop, soul e club culture che in Italia resta ancora poco frequentata.

    Per Nikasoul non si tratta solo di un nuovo singolo, ma di una svolta professionale. Dopo anni di attività in ambiti diversi – tra televisione, palchi e collaborazioni – il brano diventa il punto di avvio di una fase più definita, in cui l’artista sceglie di riportare al centro una parte di sé rimasta a lungo in secondo piano.

    La simbologia del temporale, infatti, precede il racconto sentimentale e ne diventa la vera chiave di lettura: non solo l’irruzione improvvisa di un amore, ma l’arrivo di qualcosa che rompe le abitudini, sposta il percorso, rimette ordine in ciò che sembrava ormai sedimentato.

    «Il progetto è nato dal bisogno di tornare alla mia parte più pura, alla mia anima bambina – racconta -. In apparenza sembra una storia d’amore, ma per me è un incontro con ciò che avevo lasciato in silenzio. “Come un Temporale” è stato un momento di svolta.»

    Sul piano sonoro, il brano si articola su un impianto ritmico solido: groove stabile, linea soul, suoni synth e voce in primo piano. Una scelta che fonde immediatezza radiofonica e funzione da club, evitando le coordinate più prevedibili della dance contemporanea e puntando su una dimensione più fisica, vocale, identitaria.

    Il videoclip ufficiale, diretto da Newstars Soundworks, segue la stessa direzione: ritmo serrato, movimento centrale, ambientazione ridotta all’essenziale. L’attenzione resta sulla relazione tra musica e corpo, senza costruzioni superflue.

    “Come un Temporale” introduce un filone musicale quasi inesistente oggi in Italia: una dance che non rinuncia alla voce, che mette insieme ballabilità e racconto, presenza scenica e direzione artistica. Non solo una nuova uscita discografica, ma un passo preciso nella ridefinizione dell’identità di Nikasoul.

  • “Albatros” e l’arte di guardare il mondo con occhi storti

    Stefano Poletti, co-fondatore dell’Officina della Camomilla e figura centrale della scena indie italiana, torna il 16 gennaio con “Albatros” (Orangle Records), il nuovo album del progetto parallelo FoFoForever: dieci brani che riportano in primo piano la sua scrittura irregolare, l’uso di strumenti non convenzionali e un immaginario che dialoga con il mercato attuale senza ricalcarne i codici.

    Quando si parla del lavoro di Poletti, tornano spesso suoni e immagini che arrivano dall’infanzia e resistono nel tempo senza trasformarsi in nostalgia. “Albatros” nasce proprio da questa attitudine: riportare in superficie quello che rimane quando la vita adulta perde leggerezza e serve un dettaglio, un appiglio minimo, per ritrovare la direzione.

    “Albatros”, composto da 10 tracce che si muovono tra pop, lampi folk e incursioni orchestrali, arriva in un momento in cui il racconto musicale italiano tende a uniformarsi. Qui, invece, si torna ad un’artigianalità sonora che non teme la dissonanza e anzi la cerca, grazie ad una band convinta che il racconto dell’oggi passi anche attraverso ciò che è imperfetto, immediato, istintivo nel modo in cui nasce e si espone.

    E proprio nell’imperfezione istintiva e sincera si colloca l’immaginario dei FoFoForever, raccontato attraverso materiali e figure che appartengono alla prima infanzia ma vengono rielaborati senza sentimentalismi: xilofoni, Omnichord, giraffe volanti. Cerotti sulle ginocchia sbucciate in un progetto che ruota attorno a poesie sgangherate da “presa bene”, divertenti e immaginifiche, che restano nell’etere cosmico come una stella cometa in cerca di passaggio verso una supernova.

    «Con “Albatros” – dichiara Stefano Poletti – ho cercato di tenere vivo lo sguardo dell’infanzia, anche quando si diventa grandi. Non per nostalgia, ma per continuare a immaginare. È un disco nato da piccoli gesti quotidiani che diventano mondi, da suoni imperfetti che raccontano più di mille parole.»

    Musicista, autore, regista, figura creativa che ha attraversato più fasi della scena alternativa rimanendo riconoscibile anche quando cambia forma, Stefano Poletti occupa da anni una posizione singolare nel panorama indie-pop italiano; con i FoFoForever questa riconoscibilità diventa un modo di intendere il pop come territorio irregolare, dove strumenti giocattolo, arrangiamenti volutamente scomposti e melodie oblique definiscono un modo preciso di costruire le canzoni, senza ricorrere ai linguaggi più prevedibili del mercato.

    Dopo “Canzoni contro il panico”, la band torna con un disco pensato per contrastare la frenesia quotidiana: un lavoro cantautorale indie-pop costruito su arrangiamenti mai scontati, a tratti folk, a tratti punk, con incursioni nel post-rock e aperture orchestrali.

    Non una somma di stili, ma un modo di unire registri diversi dentro un’unica direzione. L’effetto complessivo è quello di un album che sembra scritto in un luogo di confine tra cameretta e cosmo, mantenendo una leggerezza solo apparente, perché sotto la superficie irregolare convivono inquietudini, ricordi, sogni, paure e piccole illuminazioni quotidiane.

    Il titolo dell’album e della focus track apre un doppio fronte: da un lato l’immaginario letterario dell’albatros, creatura che vola alto ma fatica a muoversi a terra; dall’altro la sensazione di essere fuori asse, fuori posto, ma comunque in movimento. È un’immagine che parla molto al presente, un tempo in cui la stabilità è intermittente e ci si orienta per frammenti.

    “Albatros”, accompagnato dal tour ufficiale che ne porta l’immaginario dal disco al palco, segna il ritorno di un pop naïf e visionario come forma di resistenza alla saturazione dell’ascolto. Un album che rivendica il diritto di restare laterale, di non occupare obbligatoriamente il centro, e di usare l’immaginazione come bussola per orientarsi in un presente in cui la direzione non è mai data una volta per tutte.

    “Albatros” Tour:

    17 gennaio – Milano, ARCI Bellezza (Release Party)
    31 gennaio – Parma, BDC
    21 febbraio – Bologna, Binario 69
    26 febbraio – Roma, Alcazar
    27 febbraio – Napoli, Mamamu
    28 marzo – Bruxelles, Piola Libri

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Albatros” – Tracklist:

    1. La canzone della solitudine
    2. Lucia
    3. Albatros
    4. Cane
    5. Astronave cuscino
    6. Lacrima VHS
    7. La danza della foresta
    8. Poesia arcobaleno
    9. Ashita no koto mode mo
    10. Zaffiro

    “Albatros” – Il disco raccontato dalla band:

    La canzone della solitudine è un brano che si muove tra malinconia adolescenziale e energia luminosa. Abbiamo descritto la solitudine non tanto come vuoto o mancanza, ma come punto di partenza per rimettersi in moto. Gli archi e gli xilofoni aprono un panorama di dolcezza sbilenca che diventa il segno distintivo del progetto.

    Lucia. Una ballad folk che procede in sottrazione. Lucia è figura-soglia: rappresenta il momento in cui, dopo una notte che stanca più dell’alcol, la musica torna come appiglio essenziale.

    Albatros, il brano che dà il titolo all’album. Una corsa circolare, un incedere che oscilla tra leggerezza e un’inquietudine appena trattenuta. È la sintesi perfetta del progetto: una creatura che vola alto proprio perché non teme di mostrarsi disallineata.

    Cane è la parentesi più istintiva e punk del disco: ritmo spezzato, chitarre che grattano, una spontaneità che diventa chiave narrativa.

    Astronave cuscino. Una micro-fiaba che trasforma lo spazio domestico in luogo siderale. Una stanza, un letto, un oggetto qualunque. Da lì parte tutto. Non serve scappare lontano: basta cambiare prospettiva. È uno dei brani che dichiarano meglio l’idea del disco.

    Lacrima VHS. Il brano più legato alla memoria. L’immagine della VHS richiama un archivio emotivo che non funziona più perfettamente, e proprio per questo è prezioso. Un gioco di distorsioni e immagini bruciate.

    La danza della foresta. Ritmi irregolari, visioni verdi, un senso di movimento continuo. È uno dei momenti più cinematografici dell’album.

    Poesia arcobaleno. Titolo che finge leggerezza e invece custodisce un’idea precisa: trovare colore anche nelle giornate che non ne hanno. Arrangiamento che vira verso il cantautorato fantastico, come se l’infanzia avesse chiesto il permesso di entrare di nuovo in scena.

    Ashita no koto mode mo. Un attraversamento di immaginari orientali filtrati attraverso il pop italiano. Brano di cura e di distanza, sospeso, che amplia l’orizzonte sonoro del disco.

    Zaffiro è una chiusura contemplativa: un piccolo talismano musicale. Sintesi del percorso, della sua malinconia e della sua forza quieta.